Legge elettorale

Un paio di giorni fa i partiti di maggioranza hanno fatto depositare alla Commissione Affari Costituzionali della Camera una nuova proposta di legge elettorale, che alcuni hanno già battezzata “germanicum” causa vaghe somiglianze con il sistema tedesco. La proposta prevede, in buona sostanza, un ritorno al proporzionale (come nella prima Repubblica), con una soglia di sbarramento al 5%, corretta con un fumoso “diritto di tribuna”, ossia con un meccanismo per dare qualche seggio anche ai partitini incapaci di raggiungere la soglia del 5%.

Fra qualche giorno la Corte Costituzionale dovrà decidere sull’ammissibilità del referendum proposto dalla Lega, che in caso di successo prevede il passaggio a un sistema esattamente opposto, interamente maggioritario.

L’impressione è che fra i due eventi vi sia un nesso. Verosimilmente, i partiti di maggioranza hanno scelto questo momento per avviare l’iter di una nuova legge elettorale anche per mandare un preciso segnale alla Corte Costituzionale: se di legge elettorale ci stiamo già occupando noi in Parlamento, perché mai dare la parola al popolo?

Ma la di là dei tempi e delle piccole convenienze dei protagonisti di questa vicenda (leggermente surreale se si pensa allo stato della nostra economia e alle tensioni del quadro internazionale), qual è la posta in gioco? Che conseguenze può avere l’adozione di una legge elettorale o di un’altra?

La prima cosa di cui dobbiamo renderci conto è che non può essere la legge elettorale a fornire al sistema politico ciò che gli manca. Se non ci sono, da molti anni in Italia, coalizioni ben strutturate, dotate di programmi comprensibili e di dirigenti politici seri, non sarà certo una legge elettorale ben fatta a fare il miracolo di fornircele.

Con ciò non intendo dire che la legge elettorale sia irrilevante. Adottare una legge elettorale piuttosto che un’altra, qualche conseguenza tende a produrla. Uno dei luoghi comuni più diffusi, ad esempio, è che scegliere una legge di impostazione maggioritaria (ad esempio: collegi uninominali, o sistema proporzionale con premio di maggioranza) favorisca la governabilità, mentre sceglierne una di tipo proporzionale assicuri la rappresentatività del Parlamento.

Non si tratta di un’opinione infondata. Fondamentalmente le cose stanno proprio così, perché, di norma, i sistemi maggioritari danno al vincitore più seggi di quanti ne meriti sulla base dei soli voti ricevuti. E, simmetricamente, è difficile (anche se non impossibile) che un Parlamento eletto con una legge proporzionale non rispecchi sostanzialmente le preferenze politiche dell’elettorato.

Tuttavia…

Tuttavia ci sono anche alcune complicazioni, che forse dovrebbero renderci alquanto prudenti prima di adottare un sistema proporzionale, almeno in un paese come l’Italia. Se in un sistema politico la destra e la sinistra hanno un consenso simile, ma nessuna delle due riesce da sola a superare il 50% dei consensi, allora è inevitabile che un potere sproporzionato venga detenuto dai partiti “intermedi”, ossia dai partiti di centro, o da quelli che non sono né di destra né di sinistra. Se per ottenere la maggioranza in Parlamento un governo deve ottenere i voti dei partiti intermedi, allora le sorti del governo sono in mano a forze politiche che rappresentano un’esigua minoranza dell’elettorato. Con tanti saluti al principio di rappresentatività: i seggi possono anche essere proporzionali al consenso, ma il potere che quei seggi conferiscono diventa inversamente proporzionale al consenso stesso.

Non è tutto, però. In un contesto fortemente trasformistico come quello italiano, l’esistenza di un 10-15% di voti che confluiscono sui partiti intermedi rende perfettamente possibile un’eventualità piuttosto inquietante, e cioè che uno dei due blocchi principali (destra e sinistra) sia minoranza nel Paese, ma diventi maggioranza in Parlamento perché riesce a stringere accordi con uno o più partiti intermedi. Giusto per fissare le idee, immaginate un parlamento in cui i blocchi Salvini/Meloni/Berlusconi da una parte e Zingaretti/Grillo/Leu dall’altra hanno ciascuno il 45% dei voti, e in mezzo flottano un partito riformista di Renzi e/o di Calenda, nonché un partito populista di Di Battista e/o di Paragone, tutti vicini al 5%: è chiaro che in una situazione del genere a decidere chi governa il paese non sarebbero gli elettori, ma le scelte di campo dei dirigenti dei partiti minori.

La rappresentatività del Parlamento, assicurata dal sistema proporzionale, dunque non esclude due conseguenze anomale, e per così dire contrarie al principio di rappresentanza: che alcuni partiti piccoli abbiano più potere di quanto gliene hanno conferito gli elettori, e che si installi un esecutivo che è l’opposto di quello che si formerebbe se a scegliere il governo fossero chiamati direttamente i cittadini.

Questo, beninteso, non significa che qualsiasi sistema maggioritario sia migliore di qualsiasi sistema proporzionale. Anche un sistema maggioritario basato sui collegi uninominali può risultare incapace di generare una chiara e netta maggioranza di governo. E nulla esclude che un sistema proporzionale assicuri a lungo maggioranze stabili e sostanzialmente rappresentative.

Il punto, però, è che quando ci si accinge a cambiare per l’ennesima volta la legge elettorale, sarebbe bene esplicitare che cosa si vuole ottenere. Perché ogni sistema elettorale produce conseguenze, e spesso tali conseguenze sono diverse, parecchio diverse, da quelle che gli si attribuiscono. La mia impressione è che l’attuale ritorno di fiamma per il sistema proporzionale sia, essenzialmente, il goffo tentativo di una parte del ceto politico di rendersi ancora più indipendente (di quanto già oggi non sia) dalla ingombrante volontà dell’elettorato.

Pubblicato su Il Messaggero dell’11 gennaio 2020



L’anima del Pd

Siamo in molti, credo, a chiederci che cosa sia saltato in mente a Zingaretti qualche giorno fa, quando ha compiuto due mosse che un po’ tutti abbiamo percepito come collegate. La prima è stata di ingiungere al governo di “trovare un’anima”, con ciò confermando la diagnosi che il mondo progressista ripete come un mantra da settimane: questo governo sarà pure necessario, in quanto unico argine possibile contro il razzismo (?), il fascismo (!) e l’aumento dell’Iva (?!), ma è innegabile che un’anima non ce l’ha; e dunque se la dia, se vuole sopravvivere.

Ma l’esortazione di Zingaretti non avrebbe suscitato tanta attenzione se non fosse stata accompagnata dall’impegno, preso a nome del Pd, di tornare a battersi per lo ius soli e lo ius culturae, ovvero per allargare le maglie della concessione della cittadinanza agli stranieri.

Difficile non fare 2 + 2 e intendere che, in realtà, l’esortazione a darsi un’anima, più che al governo, fosse rivolta al Pd, che quasi tutti gli osservatori descrivono come un partito confuso, disorientato, alla ricerca di un’identità o, appunto, di un’anima. E infatti il primo a lanciarsi, piuttosto entusiasticamente, sulla proposta di Zingaretti (in particolare sullo ius culturae) è stato Luigi Manconi, che giusto 10 anni fa aveva scritto un libro con un titolo significativo (Un’anima per il Pd) e un sottotitolo ancor più significativo (La sinistra e le passioni tristi). Dunque siamo al punto di partenza: al Pd mancava un’anima quand’era piccino (il libro di Manconi è del 2009) e manca un’anima pure oggi che è grandicello. I suoi sostenitori esigono, giustamente dal loro punto di vista, che questa benedetta anima venga “trovata”, e Zingaretti ci prova. Annuncia che il Pd darà battaglia su ius soli, ius culturae e decreti sicurezza.

Io non so perché Zingaretti abbia scelto di percorrere questa strada, tutta pro-migranti e così poco sensibile alle priorità dei ceti popolari. Può darsi che abbia ragione Federico Rampini che qualche giorno fa, in un dibattito televisivo, manifestava tutto il suo sconcerto di fronte alle esternazioni zingarettiane: il Pd, ormai, ascolta solo il mondo radical chic, e pare del tutto dimentico delle sue origini (il Partito comunista “era legge e ordine”, altroché buonismo e permissivismo). Ed è certo che questa evoluzione era stata immaginata fin dagli anni ’70 dal grande filosofo Augusto del Noce, che profetizzava una progressiva trasformazione del Pci, il “partito della classe operaia”, in un “partito radicale di massa”, attento alle esigenze e alla sensibilità degli strati alti e medio-alti della popolazione.

E tuttavia, pur essendo fra quanti, non da ieri ma da qualche decennio, hanno registrato questa deriva, per cui i diritti sociali (a partire dal lavoro) cedono il passo a quelli civili (le “grandi battaglie di civiltà”, dalle unioni gay alla fecondazione assistita, dalla cittadinanza all’eutanasia), non riesco a nascondere il mio stupore. Perché quel che è strano non è che il Pd cerchi di dotarsi di un’anima, ma che – per farlo – si ispiri ai salotti della borghesia illuminata e alle credenze dei media progressisti, anziché alle esigenze e ai sentimenti dei ceti popolari. Quel che è strano è che, di fronte alla domanda di protezione che, da anni, si leva dagli strati periferici della società italiana, il maggiore partito della sinistra preferisca sintonizzarsi con le priorità degli strati sociali centrali, fatti di persone istruite, urbanizzate, benestanti.

Perché?

Augusto del Noce direbbe, forse: perché era inevitabile. La trasformazione del Pci in partito radicale di massa altro non è che l’esito finale del lungo cammino che, in mezzo secolo, ci ha resi una società opulenta e profondamente individualista. Del resto, la mutazione non è avvenuta solo da noi: che i partiti progressisti rappresentino soprattutto gli strati medio-alti, e che i ceti popolari guardino più a destra che a sinistra, non è un tratto distintivo dell’Italia, ma è una circostanza che è possibile ritrovare nella maggior parte delle società avanzate. Perché stupirsi, dunque, se il maggior partito della sinistra si aggrappa alle “sardine” (gli studenti che riempiono le piazze contro Salvini), e snobba le preoccupazioni degli strati più umili?

La ragione per cui mi stupisco è presto detta: l’Italia non è come gli altri maggiori paesi paesi avanzati. L’Italia è l’unica società avanzata in cui l’economia non cresce più, la produttività è ferma da vent’anni, e le persone che non lavorano sono molto più numerose di quelle che lavorano. In queste condizioni, se non si fa nulla, siamo condannati a un processo di “argentinizzazione lenta”, che nel giro di pochi decenni eroderà la ricchezza accumulata dalle generazioni che hanno ricostruito il Paese dopo la seconda guerra mondiale. Le grandi emergenze economico-sociali di cui si parla in questi giorni (Ilva, Alitalia, Mose), le innumerevoli crisi aziendali aperte, non sono eventi accidentali, o di origine misteriosa, ma i segni difficilmente equivocabili del declino in atto.

Ecco perché mi stupisco delle mosse del maggiore partito della sinistra. Non ho nulla contro lo ius culturae, una misura che – se congegnata bene – troverebbe ampio consenso, anche fra quanti guardano a destra, ma trovo incredibile che, per darsi un’anima, e in una situazione in cui il Paese affonda sotto una valanga di problemi che rigardano l’hardware del sistema sociale (economia e lavoro), il maggiore partito della sinistra preferisca baloccarsi con problemi che riguardano il software del sistema sociale, e sono largamente estranei alla sensibilità popolare. Un grande leader come Berlinguer, di fronte alla situazione dell’Italia di oggi, non avrebbe trovato alcuna difficoltà – ove ve ne fosse stato bisogno – a trovare un’anima al suo partito. E, soprattutto, non l’avrebbe cercata lontano dalle periferie e dalle fabbriche, dove tutt’ora, e a dispetto del benessere dei più, gli strati popolari fanno i conti con le asprezze della vita.

Articolo pubblicato su Il Messaggero del 23 novembre 2019



La destra della sinistra

Sono stati in molti, soprattutto a destra, ad affermare che il governo giallo-rosso è il governo “più di sinistra” che l’Italia abbia mai avuto. Questo giudizio non è privo di una sua plausibilità, se riflettiamo sul fatto che, oltre al Pd, nel governo sono presenti l’estrema sinistra di Leu e il Movimento Cinque Stelle, che alcuni vedono come una sinistra più pura, più radicale, meno compromessa con il potere. In effetti ci sono temi su cui Leu e il Movimento Cinque Stelle hanno posizioni più radicali (più di sinistra?) del Pd, ad esempio in materia di giustizia (i Cinque Stelle sono più giustizialisti) e di assistenza (la spesa per il reddito di cittadinanza è un multiplo di quella per il reddito di inclusione). Quanto al presidente del consiglio Giuseppe Conte, la sua dichiarazione di guerra all’evasione, con relativo patto degli italiani onesti contro quelli disonesti, non può non richiamare l’elogio delle tasse che così spesso è risuonato a sinistra, tanto ai tempi di Vincenzo Visco (che da destra veniva gentilmente dipinto come il “vampiro rosso”), quanto a quelli di Padoa Schioppa (sua l’affermazione secondo cui le tasse “sono una cosa bellissima”).

E tuttavia, a ben pensarci, la tesi che questo governo sia “di sinistrissima” non è poi così fondata. Io direi, piuttosto, che questo governo è sì un governo di sinistra, ma ha al suo interno due bombe a orologeria di destra, che prima o poi potrebbero portarlo a deflagrare.

Pensate a Renzi?

Sì, una è Italia Viva, il partito di Renzi. Sul tetto al contante, su quota 100, e più in generale sull’introduzione di nuove tasse, Italia Viva è più vicina all’opposizione di destra che agli alleati di governo (in particolare i post-comunisti di Pd e Leu). Questo non significa che Renzi sia “di destra”, come amano affermare i suoi detrattori di sinistra, ma mostra che la sinistra che ha in mente Renzi ha poco a che fare con quella del partito da cui proviene.

Ma la vera bomba a orologeria non è quella di Renzi, bensì quella di Di Maio. Non si può ignorare, infatti, che nel Movimento Cinque Stelle è presente anche una corposa componente di destra, o comunque ostile alla sinistra, e in particolare al Pd. Sui migranti, ad esempio, una parte considerevole degli elettori Cinque Stelle sono più vicini alla linea dura di Salvini che all’ideologia dell’accoglienza cara alla sinistra doc.

Quanto alle tasse, il minimo che si possa dire è che le “sensibilità” dentro il Movimento sono parecchio variegate. Il partito di Di Maio, da sempre, ha un occhio di riguardo per le partite Iva e per le piccole imprese. E ora che l’incauto Conte annuncia una lotta senza quartiere all’evasione fiscale, ai dirigenti Cinque Stelle non può non sovvenire che il grosso dei loro voti provengono dal Mezzogiorno, ossia dalle regioni con la più alta propensione all’evasione. Una propensione che è difficile mettere tutta in carico ai ricchi, alle grandi imprese e alle multinazionali, visto che – al Sudo come al Nord – la si vede quotidianamente, e ad occhio nudo, per le strade, nei negozi, nei mercati, nei cantieri, nei campi, dove coinvolge anche tante persone normali o povere, compresi disoccupati che lavorano in nero e occupati con il doppio lavoro.

Ed eccoci al punto. Questo sarà pure un governo di sinistra, ma le due bombe a orologeria Renzi e Di Maio potrebbero anche, prima o poi, farlo esplodere, o perlomeno provocare qualche terremoto interno.

Quando?

Credo che molto dipenderà da come andranno le molte elezioni regionali in vista, a partire da quella di domani in Umbria. Perché è vero che, se c’è la volontà di restare al potere fino all’elezione del Presidente della Repubblica (2022), non c’è risultato elettorale locale, per quanto eclatante, che possa convincere chi siede in parlamento ad affrontare anticipatamente la sfida elettorale. Ma è anche vero che, se l’elettorato Cinque Stelle, cui fino a ieri il Pd è stato presentato come l’impero del male, mostrasse di non gradire la nuova alleanza, difficilmente potrebbero non esservi conseguenze.

Ecco perché, nonostante gli elettori chiamati al voto non siano molti (circa 700 mila), il test umbro potrebbe risultare cruciale non solo per gli umbri, ma per il futuro del governo nazionale.

Pubblicato su Il Messaggero del 26 ottobre 2019



Quante sinistre?

Ma quante sinistre ci sono in Italia?

Almeno quattro, visto che quattro sono le forze politiche che sostengono il governo: Cinque Stelle, Pd, Leu, Italia viva. Ma in realtà parecchie di più se consideriamo che nelle due ultime tornate elettorali (politiche ed europee) hanno ottenuto risultati non irrisori almeno altre sei formazioni politiche: +Europa (Emma Bonino), Italia Europa Insieme (Giulio Santagata), La Sinistra (Nicola Fratoianni), Europa Verde (Pippo Civati, Angelo Bonelli), Partito comunista (Marco Rizzo), Potere al popolo! (Viola Carofalo, Giorgio Cremaschi).

In tutto fa dieci sinistre. È vero che non si sono mai presentate tutte insieme, ma si può ritenere che attualmente il peso totale delle sinistre che non stanno al governo si aggiri intorno al 5%, più o meno il medesimo consenso che va al nuovo partito di Renzi. Sommandole tutte, sinistre di governo e di opposizione, si arriva intorno al 50% dell’elettorato.

Ma che cosa unisce, e soprattutto che cosa divide, questi dieci partiti e partitini?

È più facile rispondere al primo interrogativo che al secondo. E la risposta è: a parte il disprezzo per Salvini, l’unica cosa che unisce tutti i partiti di sinistra è la credenza che sia necessario ridurre le diseguaglianze, condita con dosi più o meno omeopatiche di ambientalismo.

Assai più difficile è definire con precisione che cosa realmente divide le dieci forze politiche di sinistra, perché le fonti di divisione rilevanti sono almeno cinque: l’immigrazione, le tasse (compresa la patrimoniale), il mercato del lavoro, il debito pubblico, la giustizia.

Su ciascuno di questi temi ci sono, nel campo della sinistra, almeno due forze politiche che la pensano in modo opposto.

Sull’immigrazione e l’accoglienza +Europa e Italia Viva (fautori dell’accoglienza e dei salvataggi in mare) si contrappongono nettamente ai Cinque Stelle, per i quali le Ong sono “taxi del mare” (Di Maio dixit) e gli immigrati irregolari vanno rimpatriati il più celermente possibile.

Sulle tasse Italia Viva e Cinque Stelle sono risolutamente ostili ad ogni aumento, le forze di estrema sinistra accarezzano addirittura l’idea di far piangere i ricchi con una patrimoniale.

Sul Jobs Act i Cinque Stelle e l’estrema sinistra sono ferocemente critici, mentre e Italia viva e +Europa lo considerano una sana modernizzazione del mercato del lavoro.

Sul debito Cinque Stelle ed estrema sinistra ne auspicano un aumento (per “rilanciare la crescita”), solo +Europa vuole ridurlo tagliando la spesa pubblica.

Sulla giustizia Italia viva e +Europa sono garantisti, i Cinque Stelle sono da sempre giustizialisti.

In breve: accomunate dal nobile scopo di ridurre le diseguaglianze, le forze progressiste si dividono – spesso in modo profondo – sui modi per raggiugere l’obiettivo.

Non so se l’avete notato, ma in questa mini-rassegna delle idee che circolano a sinistra non ho mai menzionato il Pd. La ragione è che il Pd non è mai trainante in nessuna delle grandi contrapposizioni che dividono il campo progressista. Quale che sia la questione di cui si parla, il Pd si barcamena, esita, oscilla, distingue, prende tempo.

Incerto sulla cittadinanza agli immigrati e sul problema degli sbarchi. Tentato dall’aumento delle tasse ma timoroso di introdurre la patrimoniale. Incerto fra la difesa del Jobs Act e la correzione di una riforma in cui non crede più. Contrario a parole al debito pubblico, ma di fatto strenuamente impegnato (quando governa) a ottenere più flessibilità dall’Europa. Legato alla casta dei magistrati, ma ostile alle scorribande della magistratura nella sfera della politica.

Possiamo leggere tutto ciò in una chiave benevola, e sostenere che, se non c’è una sola causa importante di cui il Pd sia il paladino più convinto, è perché il partito di Zingaretti è una forza saggia e matura, il vero baricentro del centro-sinistra, e proprio per questo non può assumere posizioni estreme, che lascia volentieri alle forze meno responsabili, o meno consapevoli della complessità dei problemi: i radicali cosmopoliti di Emma Bonino, i nostalgici del comunismo, i populisti di Grillo, i liberal-riformisti alla Renzi.

Ma forse è più aderente alla realtà riconoscere che il Pd, un partito nato dal sogno di modernizzare lo schieramento progressista, è oggi una forza politica senza identità e senz’anima. Tenuto insieme dalla necessità di perpetuare il controllo sui gangli vitali della società italiana (come a suo tempo accadeva alla Democrazia Cristiana), terrorizzato dall’eventualità di tornare al voto, esso pare aver perduto ogni contatto con le idee originarie dei padri fondatori, giuste o sbagliate che fossero.

Il che non sarebbe un male se al posto di quelle idee ve ne fossero altre, più giuste, o più realistiche, o più moderne, o più nobili. Ma diventa problematico se al posto delle idee vi è il vuoto, riempito da formule e circonvoluzioni che ormai nessuno più intende. È questo, temo, il motivo per cui quel pochissimo che la politica ancora riesce ad esprimere a sinistra non proviene più dal Pd, ma dalle forze politiche che cercano di strappargli lo scettro.

Pubblicato su Il Messaggero del 12 ottobre 2019



Le rose che non colsi

L’uno-due di Renzi, che prima ha imposto al Pd l’alleanza con i Cinque Stelle, e un istante dopo lo ha abbandonato al suo destino per farsi un partito tutto suo, non ha precedenti nella storia d’Italia. Come non ha precedenti, a dispetto della tradizione trasformistica dei parlamentari italiani, un simile capovolgimento delle proprie idee e convinzioni. Fino a ieri i Cinque Stelle erano giustizialismo, assistenzialismo e decrescita infelice, oggi sono la salvezza dell’Italia contro la calata degli Hyksos. Ieri ci si batteva per un sistema elettorale che permettesse, la sera delle elezioni, di sapere chi ha vinto, ora si dichiara di essere pronti a un ritorno al sistema proporzionale “se lo prevede l’accordo di governo”.

Se il livello di spregiudicatezza raggiunto da Renzi (e non solo da lui) è senza precedenti, lo stesso non si può dire per il metodo. Anzi, forse è il caso di sottolineare la continuità fra il comportamento odierno di Renzi e la storia della sinistra italiana negli ultimi 100 anni. Se ci volgiamo all’indietro non possiamo non ricordare che la scissione, ovvero l’uscita dal partito principale per creare un nuovo partito, è sempre stato il modo in cui, a sinistra, si sono affrontate le divergenze politiche. Il Partito Comunista è nato, il 21 gennaio del 1921, da una scissione guidata dall’ala sinistra del Partito Socialista, ansiosa di instaurare anche in Italia la “dittatura del proletariato”, seguendo le orme dei bolscevichi in Russia. Dopo di allora di partiti socialisti e pseudo-socialisti se ne sono visti parecchi, fra fusioni e ricomposizioni (ricordate il Psi, il Psdi, il Psu, lo Psiup?), e lo stesso Partito Comunista si è diviso più volte, anche se con modalità diverse. Nel 1969 sarà il partito stesso a radiare il gruppo del Manifesto, guidato da Rossana Rossanda e Luigi Pintor. Nel 1991, invece, saranno la “svolta della Bolognina” di Occhetto e il cambio del nome (da partito Comunista a Partito della Sinistra) a provocare la nascita di Rifondazione Comunista. Ma non era finita. Sia il ramo principale della sinistra, sia le correnti nostalgiche del comunismo, di scissioni e ricomposizioni ce ne regaleranno ancora innumerevoli, in un tripudio di alchimie, sigle e ridenominazioni: Pds, Ds, Pd, Asinello, DL, Margherita, Ulivo, Unione, Sinistra Arcobaleno, Rivoluzione civile, Potere al popolo, giusto per ricordare le prime che mi vengono in mente.

Dunque, collocata su questo sfondo, la scissione di Renzi non dovrebbe stupire nessuno. Scindersi e ricomporsi è lo sport preferito dei politici di sinistra, e la sola differenza importante con il passato è che un tempo le scissioni, per quanto favorite da disegni di potere e ambizioni personali, erano politicamente comprensibili. Tutti capivamo le ragioni che conducevano Achille Occhetto a ripudiare il comunismo,  come capivamo quelle che inducevano Cossutta a rimpiangerlo. Così come, vent’anni prima, avevamo capito su che cosa quelli del Manifesto litigavano con i dirigenti del vecchio Pci, e perché ne venivano cacciati via. E ancora poco tempo fa, sia pure a fatica, riuscivamo a capire le ragioni di D’Alema e Bersani per uscire dal Pd. Nessuno, invece, è oggi in grado di capire che cosa costringa Renzi ad abbandonare il Pd, dopo aver spinto Zingaretti nelle braccia di Grillo.

Riuscirà, Renzi, nell’intento di rimodellare la sinistra? E’ ragionevole aspettarsi che, accanto ai Cinque Stelle e al Pd (riunificato con i transfughi di Leu), sorga un moderno partito liberal-riformista, che non si limiti a vietare “Bandiera rossa” alle feste di partito?

Penso che molto dipenderà dal sistema elettorale ma che, anche con un sistema proporzionale, l’impresa sarà difficile. E questo non solo perché, diversamente dal passato, questa volta la sostanza politica della scissione è invisibile, ma anche per un’altra ragione, che ha a che fare con la forma mentis del popolo di sinistra. Proprio perché viene da una lunga e dolorosa storia di divisioni e di scissioni, l’elettorato di sinistra ha maturato nel tempo una profonda idiosincrasia per i “cespugli” che di volta in volta hanno provato a gravitare intorno al partito principale. Una idiosincrasia che lo ha portato a dare poco credito al progetto radicale di “rifondare il comunismo”, ma anche a tributare un consenso limitato e perlopiù effimero ai rari esperimenti di partito personale che si sono succeduti nella seconda Repubblica: la Rete di Leoluca Orlando (1991), Rinnovamento Italiano di Lamberto Dini (1996), l’Italia dei Valori di Di Pietro (1998), Scelta Civica di Mario Monti (2013). Tutti partiti che hanno ballato per una o due stagioni elettorali, e solo in un caso (quello della meteora Mario Monti) sono riusciti a superare la soglia del 5% dei consensi.

Il destino del partito di Renzi può essere diverso?

Credo che la risposta sia che avrebbe potuto essere diverso, e che Renzi, guardando al proprio passato politico, non possa che rimpiangere, come Guido Gozzano, “le rose che non colsi”. Se avesse fondato un partito quando il vecchio establishment del Pd tentava in ogni modo di sbarrargli il passo, e il profilo innovatore, riformista e liberale dello sfidante erano chiari a tutti, il progetto di affiancare agli ex comunisti una forza di sinistra giovane, dinamica e moderna, qualche chance di successo l’avrebbe avuta. Perché Renzi all’apice del suo successo era un catalizzatore di speranze (parlo anche per esperienza personale), mentre ora è un enigmatico collettore di delusioni, se non di rancori. Fondare un partito personale di successo non è impossibile (Berlusconi docet), ma la scelta dei tempi e dei contenuti è cruciale.

Il problema è che i tempi sono sbagliati (perché la popolarità di Renzi è ai minimi, persino inferiore a quella del Berlusconi attuale) e i contenuti sono spiazzanti. Profondamente spiazzanti. Il fatto è che, comunque lo si giudichi, il marchio Renzi è associato al binomio Jobs Act + Mare Nostrum (accoglienza dei naufraghi). Esattamente il contrario di quel che predicano i Cinque Stelle, che hanno contestato ferocemente tanto il Jobs Act (con il decreto dignità) quanto l’operazione Mare Nostrum (con le Ong definite “taxi del mare”).

E’ certamente possibile che vi sia, nell’elettorato di sinistra, un segmento che apprezza il Jobs Act ed è orgogliosa delle politiche di accoglienza del triennio renziano. Ma è difficile immaginare che, proprio perché crede nel vecchio marchio-Renzi, non si faccia la domanda cruciale: se i Cinque Stelle rappresentano l’esatto contrario del renzismo, perché mai dovremmo dare il voto a chi li ha sdoganati?

Articolo pubblicato su Il Messaggero del 18 settembre 2019