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Sull’avanzata delle destre – Quattro donne alla conquista dell’Europa

10 Febbraio 2025 - di Luca Ricolfi

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Non so se sia giustificata la disattenzione con cui quasi tutti i media hanno trattato l’incontro che, tra ieri e oggi, si è svolto a Madrid fra i leader del maggiore gruppo di opposizione del parlamento europeo, quello dei Patrioti per l’Europa. All’incontro, presieduto dallo spagnolo Santiago Abascal leader di Vox, erano presenti – fra gli altri – Marine Le Pen, Matteo Salvini, Herbert Kickl (Austria), Viktor Orbán (Ungheria), Geert Wilders (Olanda), Andrej Babis (Repubblica Ceca).

Galvanizzati dallo slogan MEGA (Make Europe Great Again) di Elon Musk, i leader dei Patrioti per l’Europa sono accomunati da almeno tre battaglie: contro il politicamente corretto e la cultura woke, contro le politiche green, contro l’immigrazione irregolare. Delle tre, la più importante (almeno elettoralmente) è senz’altro quella conto gli ingressi irregolari in Europa. È battendo su questo tasto che, nell’ultimo decennio, le formazioni di destra hanno conquistato frazioni sempre più ampie di elettorato. Ma attenzione: quando parliamo della destra che avanza in Europa non dobbiamo dimenticare che il raduno di Madrid rappresenta solo un pezzo della destra ostile all’immigrazione.

Nel Parlamento europeo i Patrioti per l’Europa pesano per circa il 12%, ma se aggiungiamo le altre due formazioni – l’ECR di Giorgia Meloni e la ESN di Alice Weidel, presidente di Alternative für Deutshland (Afd) – si arriva in prossimità del 27%. Non solo: i sondaggi degli ultimi mesi rivelano che quasi ovunque la destra radicale è in crescita in Europa: in Germania l’Afd supera il 22%, in Francia, il Rassemblement National si attesta intorno al 37% (5 punti in più rispetto alle elezioni politiche 2024), nel Regno Unito Reform UK, il partito di Nigel Farage, sfiora il 30% e supera i laburisti di Keir Starmer, al governo da pochi mesi. Per non parlare di quel che è accaduto nel partito conservatore inglese, che pochi mesi fa ha scelto come leader Kemi Badenoch, una politica nera su posizioni ben più radicali i quelle dei suoi predecessori.

Insomma, voglio dire che il raduno di Madrid ci fornisce una idea molto parziale e imperfetta dello stato di salute della destra nel continente Europeo. Se guardiamo le cose in prospettiva, ovvero ci chiediamo che cosa potrebbe succedere di qui alla fine del decennio, uno degli scenari più verosimili è quello di un’ Europa in cui i quattro maggiori paesi sono governati dalla destra, o più precisamente sono sotto l’influenza decisiva di quattro donne di destra. In Germania, già fra due settimane (si vota il 23 febbraio) potrebbe accadere che i voti del partito di Alice Weidel (presidente di Afd) risultino decisivi per far passare leggi anti-immigrati care ai Popolari di Friedrich Merz, leader dei popolari e probabile nuovo cancelliere. Nel 2027, in Francia Marine Le Pen potrebbe diventare presidente della Repubblica, mentre in Italia Giorgia Meloni potrebbe rivincere le elezioni. Quanto al Regno Unito, è tutt’altro che improbabile che il prossimo premier sia Kemi Badenoch, prima donna nera a Downing Street.

È ovviamente solo uno fra gli scenari possibili, ma serve a darci l’idea di quanto le cose siano in movimento, quale sia la direzione del movimento, e quanto ampie possano essere le conseguenze: la questione migratoria polarizza l’attenzione degli elettorati europei, e accade che – nei quattro maggiori paesi del continente – siano altrettante leader donna a guidare la deriva delle opinioni pubbliche.

Ma quanto è probabile un simile scenario?

Molto dipende dalle forze progressiste. Se la linea restasse quella attuale, di completa chiusura verso i partiti radicali di destra e di sordità verso le istanze anti-migranti dell’opinione pubblica, i soli governi possibili diventerebbero quelli di grosse koalition (partiti moderati contro tutti gli altri), e l’avanzata delle destre potrebbe risultare travolgente. Lo scontro fra forze anti-sistema (di destra) e partiti di governo (di varia matrice politica) diventerebbe tossico. Le manifestazioni anti-fasciste e anti-naziste, che già ora cercano di impedire raduni, riunioni ed eventi pubblici di destra, finirebbero per moltiplicarsi, mettendo a dura prova la convivenza civile.

Se invece la linea attuale di chiusura venisse abbandonata, e la sinistra si risolvesse a prendere sul serio il nodo migratorio (ingressi irregolari, criminalità, comunità islamiche, eccetera) la situazione sarebbe più aperta, e decisamente meno inquietante. In alcuni paesi il problema migratorio potrebbe essere affrontato associando al governo partiti finora esclusi, in altri paesi potrebbe succedere quel che è accaduto in Danimarca, dove i socialisti governano proprio perché hanno preso sul serio il dossier migratorio. In entrambi i casi l’onda che sospinge il consenso elettorale verso le formazioni di destra più estremiste perderebbe lo slancio che ha acquisito negli ultimi anni, e probabilmente regredirebbe pure un po’.

Ma è uno scenario improbabile, per ora. Le forze progressiste, almeno nel nostro paese, vedono l’avanzata delle destre come un’onda nera, un pericoloso ritorno di pulsioni razziste, fasciste, neonaziste. Pensano che il problema dell’immigrazione sia un artefatto ideologico delle destre, e che prenderlo sul serio non porterebbe voti alla sinistra. Le quattro donne che stanno conquistando l’Europa sentitamente ringraziano.

[articolo uscito sul Messaggero il 9 febbraio 2025]

Può esistere un partito sia di destra sia di sinistra?

4 Settembre 2024 - di Luca Ricolfi

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Partiti né di destra né di sinistra non sono rari nelle democrazie. Il tipico esempio sono i partiti liberaldemocratici, che hanno spesso fatto la loro apparizione nei maggiori paesi europei, come il Regno Unito, la Germania, la Francia. Anche l’Italia ha una
lunga tradizione di partiti moderati di centro, sia nella prima Repubblica (pri, psdi, pli), sia nella seconda: recentemente, il Terzo polo di Renzi e Calenda, in passato le infinite varianti del mastellismo-casinismo-follinismo: ccd, cdu, udc, eccetera.

Ma un partito sia di destra sia di sinistra? Può esistere, o è una contraddizione logica, come l’ircocervo che Benedetto Croce evocava per spiegare l’impossibilità del liberalsocialismo?

Dall’8 gennaio di quest’anno dobbiamo invece ritenere che possa esistere. E da ieri, dopo le elezioni amministrative nei länder tedeschi della Germania e della Sassonia, dobbiamo ritenere non solo che possa esistere, ma che possa sfondare. La prova
vivente è la pioggia di voti che, alla sua prima uscita in un’elezione germanica, ha inondato il partito fondato da Sahra Wagenknecht per l’appunto l’8 gennaio. Il partito si chiama Bündnis Sahra Wagenknecht (Lega Sara Wagenknecht), ed è il risultato di una scissione del partito della Linke, la formazione di estrema sinistra radicata nelle regioni della ex Germania dell’Est. Moglie di Oscar Lafontaine, ex leader della Linke, Sahra Wagenknecht è una politica tedesca con una chiara matrice di sinistra, ma si discosta dalla sinistra ufficiale classica, non importa qui se moderata o estrema, su almeno 4 punti fondamentali.

Il primo è il sostegno all’Ucraina, più in generale l’adesione alla Nato, ritenute controproducenti. Il secondo sono le politiche green, troppo costose per i ceti popolari. Il terzo sono gli eccessi del politicamente corretto e dell’agenda LGBT+. Il quarto, di gran lunga il più importante, sono le politiche migratorie, considerate troppo permissive.

In generale, le idee di Wagenknecht si richiamano alla dottrina marxista nel senso che privilegiano i conflitti a livello economico-strutturale, e snobbano quelli di tipo culturale e sovrastrutturale. Di qui la difesa dei lavoratori tedeschi nei confronti della
concorrenza dei migranti, visti come un temibile “esercito industriale di riserva”, e la freddezza rispetto alle rivendicazioni LGBT+.

Il successo di Wagenknecht, che in Turingia ha ottenuto il 16% e in Sassonia il 12%, è cruciale per la politica tedesca perché si è accompagnato a un successo ancora maggiore di Alternative für Deutschland, il partito tedesco più anti-immigrati e più
nostalgico del nazismo, che ormai raccoglie circa 1/3 dei voti in entrambe le regioni. Insieme, i due partiti anti-immigrati sfiorano il 50% dei consensi, a fronte del disastroso risultato dei partiti di governo (socialdemocratici, verdi, liberali), e al discreto ma non sufficiente risultato dei Popolari (24% in Turingia, 32% in Sassonia).
Per questi ultimi si prospetta un dilemma: fare fronte comune con socialdemocratici e Linke contro i due partiti anti-immigrati (BSW e AfD), con il rischio che al prossimo giro possano ottenere la maggioranza dei voti e formare un governo il cui unico vero
obiettivo sarebbe la lotta all’immigrazione illegale; oppure tentare il dialogo con il partito “sia di destra sia di sinistra” di Sahra Wagenknecht, recependo le inquietudini di tanti tedeschi nei confronti degli immigrati.

Resta il fatto che, nei due länder in cui si è votato, i quasi-nazisti di AfD hanno il 30% dei voti, e se Sahra Wagenknecht non avesse canalizzato una parte della protesta contro i migranti, probabilmente veleggerebbero sul 40%.

Qual è la lezione?

Sono tante, e dipendono dai pregiudizi di ciascuno di noi. L’unica lezione difficilmente contestabile è che il partito-ircocervo – sia di destra sia di sinistra – è diventato possibile. Staremo a vedere se solo in Germania.

[articolo uscito sulla Ragione il 3 settembre 2024]

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