A proposito di Trump – Follemente scorretto

Stupore. Sconcerto. Incredulità. Angoscia. Disperazione. Sono i sentimenti che, non senza buone ragioni, trasudano in questi giorni dalla maggior parte dei media di fronte ai gesti di prepotenza di Trump. Non mi riferisco tanto alla intenzione di annettere agli Stati Uniti la Groenlandia o il Canada. Né alla più volte reiterata minaccia di scatenare l’inferno a Gaza o sull’Iran. E neppure al non troppo celato avvertimento verso le Repubbliche Baltiche, cui si fa intendere che potrebbero essere abbandonate dalla Nato in caso di aggressione da parte della Russia.

No, quello cui mi riferisco è lo sconcerto per l’attacco alle politiche DEI (Diversity, Equity, Inclusion) in Europa, a ancor più per il drastico cambiamento di clima negli Stati Uniti, e in particolare nelle Università, dove sono in atto misure repressive nei confronti degli attivisti che, nei mesi scorsi, hanno partecipato alle manifestazioni pro-Palestina. In un articolo uscito su La Stampa, ad esempio, si riporta questo resoconto di Linda Laura Sabbadini, da sempre impegnata nelle battaglie femministe.

“Il clima che si vive è quello di un attacco globale ai diritti, a cominciare da quelli delle donne (…). Mi sembra che nel paese si stia sviluppando una forma di autocensura. Le persone hanno paura di dire quello che pensano. Tutti si sentono potenziali bersagli, a partire da chi si occupa di gender studies”. Di qui la considerazione finale: “Il clima dell’autocensura è tipico delle dittature. E io l’ho percepito tra i professori e nelle Ong. Sono spaventati per i loro finanziamenti. Tutto è in discussione”.

Questo resoconto mi ha molto colpito. E non perché parla di una evidente e ingiustificata limitazione della libertà di espressione, ma perché dice esattamente le stesse cose che, per almeno un decennio, hanno ripetuto quanti non erano allineati con la cultura woke. Professori sanzionati o licenziati per le loro opinioni conservatrici o tradizionaliste. Scrittori e intellettuali contestati, disinvitati, bersagliati per le loro opinioni sgradite alla cultura woke. Studenti restii a esprimersi in pubblico per timore di essere accusati di scorrettezza politica, micro-aggressioni, molestie. Femministe ostili all’utero in affitto o al self-id (autodeterminazione del genere) denigrate o messe a tacere per il loro mancato allineamento alla cultura dominante, o meglio alla cultura dell’élite progressista.

Insomma, la domanda è: ma dov’eravate, voi che denunciate la prepotenza di Trump, quando il clima di intimidazione, il chilling effect (l’auto-zittimento), si respirava ovunque, nei giornali, nei campus universitari, nelle istituzioni culturali, nel cinema, nell’arte, nelle Ong, nelle imprese più impegnate con le politiche DEI?

Quello che voglio dire, però, non è quello che forse qualcuno potrebbe pensare, e cioè che il trumpismo è il meritato contrappasso a un decennio di follie woke. No, quello che voglio dire è che cultura woke e restaurazione trumpiana sono le due facce della medesima moneta, e che quella moneta altro non è che l’incapacità delle istituzioni occidentali di assicurare una vera libertà di espressione.

Il contrario del follemente corretto che ci ha oppressi negli anni passati non è il follemente scorretto con cui Trump prova ad opprimerci ora. Le intimidazioni di cui si è macchiata la protesta progressista nei campus (ma anche nelle nostre università) non si neutralizzano con le intimidazioni di segno opposto cui assistiamo oggi. Il vero contrario del follemente corretto è la capacità di ascoltare l’altro anche quando – anzi soprattutto quando – la pensa in modo completamente diverso da noi. Il trumpismo è la negazione della tolleranza e della libertà di pensiero. Proprio come ciò che l’ha preceduto.

[articolo inviato uscito sulla Ragione il 1° aprile 2025]




La Corte costituzionale rumena: un esempio di democrazia ?

Un noto columnist del ‘Corriere della Sera’, alcune settimane fa, ha ricordato la distinzione fatta da Norberto Bobbio delle due libertà: la libertà negativa (posso fare ciò che voglio) che è libertà dallo Stato e la libertà positiva (il mio volere è libero) che è libertà nello Stato, di partecipare alle “decisioni pubbliche e di obbedire solo alle leggi che si è contribuito a scrivere attraverso il processo democratico”. La (irrinunciabile) democrazia liberale è la sintesi delle due libertà. In seguito, però, l’articolista cita Rousseau per rilevare che la libertà di obbedire solo alla ‘volontà generale’ pone “le basi di molti dispotismi e tra i più sanguinari”.

Mi chiedo, tuttavia,” ma cosa c’azzecca tutto questo con la libertà positiva che, presa alla lettera significa che sono i rappresentanti eletti dal popolo a fare le leggi, e chi altro, sennò?”. Il fatto è che Rousseau distingueva la volontà generale—un’astrazione ideologica partorita dalla sua mente—dalla volontà di tutti, ovvero dalla volontà espressa dagli elettori in carne ed ossa ovvero dal partito a cui hanno dato la maggioranza.

Tale distinzione tra la volontà generale e la volontà di tutti non sembra affatto sepolta nella tomba dell’autore del ‘Contratto Sociale’. Per Claudio Cerasa, ad es., la vittoria di Calin Georgescu in Romania—“viziata da un’inge-renza (russa, cinese e di gruppi criminali)”—è stata la ‘volontà di tutti’ e, pertanto, a ragione la Corte Costituzionale rumena si è vista costretta ad annullarla.

Insomma c’è democrazia quando vincono i ‘buoni’ non quando prevalgono le masse gregarie, corrotte e ingannate da “politici filorussi nostalgici del nazismo e da influencer popolari islamisti e fascisti”. In quest’ultimo caso, in virtù della divisione dei poteri–tanto cara a Mauro Zampini che, modestamente, si firma ‘Montesquieu’–, provi-deant judices ne quid res publica detrimenti capiat’ (provvedano i giudici affinché lo stato non soffra alcun danno). A questo compito istituzionale i magistrati italiani si sono già attrezzati, sin dal tempo di ‘Mani Pulite’. Sarà la democrazia giudiziaria a salvarci dalla corruttibile democrazia liberale?

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche Università degli Studi di Genova
dino@dinocofrancesco.it

[articolo uscito su Il giornale del Piemonte e della Liguria l’11 marzo]




Dopo il discorso di J.D. Vance – Valori occidentali?

Nella sua breve visita in Europa il vicepresidente americano J.D.Vance ha attaccato duramente i politici europei, accusandoli di aver tradito i “valori occidentali”. Ma che cosa sono i valori occidentali?

Nel suo discorso, o meglio nella sua requisitoria, Vance si riferiva chiaramente a due valori in particolare: la libertà di parola, o free speach, e la democrazia, ovvero la scelta del governo mediante libere elezioni. Gli europei avrebbero tradito la prima con un ricorso eccessivo alla censura (caccia a presunte fake news) e la seconda con l’annullamento delle elezioni in Romania, ufficialmente per interferenze russe, in realtà (secondo Vance) perché gli elettori avevano premiato un candidato sgradito a Bruxelles.

Ma che cosa sono i valori occidentali?

Una possibile risposta è che, dopo la rivoluzione francese e la progressiva introduzione del suffragio universale, i valori che si sono affermati in occidente sono fondamentalmente tre: la libertà, l’eguaglianza, la democrazia.

Su questi tre valori c’è un larghissimo consenso non solo fra la gente, ma pure fra le forze politiche. E allora perché se ne discute tanto animatamente, e ci si divide così spesso, come è successo pochi giorni fa in occasione del discorso di Vance a Monaco?

La ragione è semplice: i grandi valori non vengono solo sottoscritti, ma anche interpretati. E l’interpretazione è il passo più importante, perché da essa dipende fino a che punto si è disposti a difenderli. E da che punto in poi si è disposti ad abbandonarli, o annacquarli, o modificarli. Ogni valore, prima o poi, incontra un limite. Ed è su questo limite, dove si trovi e quando non lo si possa attraversare, che le nostre opinioni divergono.

Prendiamo la libertà. Siamo tutti per la difesa delle libertà fondamentali, ad esempio la libertà di parola e la libertà di movimento.
Ma durante il covid questo nostro accordo di fondo è stato messo a dura prova dalla campagna vaccinale e dalla battaglia sulle fake news. Per alcuni la libertà di movimento andava limitata in nome della sicurezza collettiva (da cui: lockdown, obbligo vaccinale, green pass), per altri quella limitazione era un abuso, un’ingiustificata compressione di diritti fondamentali. Idem per le fake news: per alcuni la circolazione delle opinioni andava severamente limitata sui social, sulla stampa, in tv, per altri quelle limitazioni costituivano un grave attacco alla libertà di opinione e al free speach. Il medesimo discorso si ripropone per la lotta ai discorsi d’odio: c’è chi pensa che certe opinione siano inammissibili e vadano punite, c’è chi pensa che la libertà di parola o è totale o non è.

Prendiamo l’ideale dell’eguaglianza. Pochi lo contestano come idea regolativa, come principio generale. Ma è sul modo di interpretarlo che si combattono le battaglie più aspre fra chi lo intende come eguaglianza delle opportunità, e chi pensa che l’eguaglianza possa essere imposta con le quote riservate per le categorie protette. C’è chi privilegia l’inclusione (le atlete trans devono poter gareggiare con le atlete donna), e chi privilegia il principio di equità (nessuno può partire con vantaggi o handicap). C’è chi interpreta l’eguaglianza come estensione illimitata dei diritti umani, e chi pensa esistano anche i diritti dei popoli, che a quella estensione possono porre un limite.

E la democrazia? Almeno su quella sembrerebbe che siamo tutti d’accordo. Ma non è così. Alcuni pensano che le regole elettorali vadano sempre applicate, e il risultato del voto accettato. Senza eccezioni. Altri, invece, pensano che alcuni partiti, considerati non democratici o nemici della democrazia, vadano esclusi dalla competizione elettorale, o quantomeno esclusi dal governo, se non si riesce a scioglierli prima.

Ed eccoci di ritorno al discorso di Vance. Chi ha tradito i valori occidentali? Chi li difende veramente?

La risposta è che nessuno, né Trump né von der Leyen, è il vero paladino dei valori della nostra civiltà. Perché quei valori li interpretiamo in modi diversi. Per Trump la libertà di opinione è un assoluto, nessuna forza politica può essere esclusa dal voto (di qui i buoni rapporti con l’AfD), l’equità è più importante dell’inclusione. Per l’establishment europeo (ma anche per quello americano prima di Trump) la lotta alle fake news e ai discorsi d’odio giustifica la censura, certi partiti vanno tenuti fuori dal governo (dottrina del “cordone sanitario”), l’inclusione deve prevalere sull’equità.

L’unica cosa che, forse, accomuna le due culture atlantiche, è l’incapacità di prendere atto che, nella società moderna, il “politeismo dei valori” – ovvero la coesistenza, così ben descritta da Max Weber, fra valori contrastanti nessuno dei quali può pretendere di sovrastare gli altri – è un tratto per così dire costitutivo. Nessuno ha veramente tradito i valori occidentali, perché quei valori devono essere interpretati. E nessuno degli attori in campo è nella posizione di fissarne l’interpretazione autentica.

[articolo uscito sul Messaggero il 2 marzo 2025]




Protesta studentesca e libertà di parola – Davide contro Golia?

Diversi osservatori si sono compiaciuti delle mobilitazioni studentesche pro-Gaza, perché esse mostrerebbero che i giovani non sono apatici e indifferenti come talora vengono dipinti, bensì impegnati e sensibili ai destini del mondo. Qualcuno ha pure evocato una sorta di nuovo ’68, come se l’idealismo della gioventù pacifista di oggi fosse una riedizione di quello di ieri contro la guerra del Vietnam.

Nessuno può sapere come le cose evolveranno, ma per ora – a mio parere – le differenze prevalgono sulle analogie. La differenza più evidente è che, per ora, le proteste degli studenti sono molto circoscritte e, anche per questo, significativamente infiltrate da soggetti esterni, sia negli Stati Uniti sia in Italia. Ma esiste anche un’altra differenza, di cui si parla poco: la complessità ideologica dell’oggetto del contendere.

Negli anni ’60 il nucleo della protesta, specie negli Stati Uniti, era l’opposizione a una guerra che coinvolgeva direttamente gli Stati Uniti, e che rischiava di ripercuotersi sugli studenti universitari, in quanto potenzialmente arruolabili. Sul piano politico, l’alternativa era relativamente semplice: si potevano condividere o viceversa contestare le ragioni dell’intervento americano nel sud-est asiatico. Due posizioni chiare e ben difendibili, da entrambe le parti.

Oggi le cose sono molto più complicate. Il conflitto che scalda gli animi dura da quasi 80 anni, ossia dalla nascita dello stato di Israele nel 1948. Nel tempo ha coinvolto direttamente o indirettamente numerosi stati e popolazioni, dando luogo a una catena di guerre più o meno esplicitamente dichiarate, con alleanze variabili fra i soggetti coinvolti. Come non bastasse, al centro del conflitto si sono trovati gli ebrei, ovvero le vittime principali del nazismo, e diverse popolazioni di fede musulmana, ostili alla nascita di uno stato ebraico in Palestina. Un vero groviglio, che ha dato luogo a una lunghissima partita, suddivisa in una decina di “tempi”, di cui quello iniziato il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo.

Queste peculiarità della questione palestinese rendono terribilmente difficile dipanare la matassa ideologica del conflitto. Se si parla tra persone informate e non troppo faziose, nessuno si sente di schierarsi nettamente da una delle parti in conflitto, perché è impossibile non vedere la sequenza di tragici errori compiuti da entrambi i lati. Si può, più o meno istintivamente, sentirsi più solidali con gli uni o con gli altri, ma è difficile non vedere le immani responsabilità della parte per cui si parteggia.

Non così a livello di massa. A livello di massa prevalgono le semplificazioni manichee proprio perché la vicenda è troppo intricata. Il bisogno di prender posizione, ammirevole in quanto rifiuto di ogni indifferenza e apatia, si scontra con l’impossibilità di farlo senza cancellare ingenti porzioni della storia reale del conflitto. Ed ecco la soluzione: costruire un racconto a senso unico giocando sulla asimmetria fondamentale del conflitto, che vede da una parte uno dei popoli più martoriati della terra, dall’altro una delle nazioni più ricche e potenti dell’occidente. Una sorta di riedizione della sfida fra Davide e Golia, con Israele nella inedita parte del cattivo gigante Golia, e il popolo palestinese in quella del buono e coraggioso pastorello Davide.

Questo racconto partigiano, naturalmente, non ha alcuna possibilità di uscire indenne da un confronto storico-critico informato, che consideri tutta la storia del conflitto, e non nasconda le spaventose responsabilità delle classi dirigenti arabe (specie nei primi 20 anni del conflitto) e israeliane (specie negli ultimi 20 anni). Ed ecco spiegato come mai non accade quel che recentemente ha auspicato Massimo Cacciari: ossia che le università diventino luoghi di confronto, riflessione e dialogo nei modi ad esse appropriati, ossia con seminari, convegni, dibattiti, corsi di studio sulla storia del conflitto. La ragione per cui tutto ciò non accade, né potrà mai accadere, è che un dialogo aperto e senza censure farebbe sciogliere come neve al sole il rozzo racconto degli attivisti anti-Israele, per questo fermamente decisi a non fare i conti con tutta la complessità del groviglio medio-orientale.

Ma la debolezza storico-ideologica del racconto degli attivisti studenteschi spiega anche un altro tratto della protesta attuale: la sua vocazione intimidatoria, che si è manifestata in tanti episodi recenti, come le contestazioni degli ebrei David Parenzo e Maurizio Molinari, o l’espulsione dal corteo del’8 marzo della ragazza che ricordava gli stupri di Hamas. L’attivismo studentesco di oggi, a differenza di quello di ieri, ha assoluto bisogno di limitare la libertà di parola altrui, perché quella libertà ne metterebbe a repentaglio il racconto. In un confronto aperto non tutte le ragioni starebbero dalla parte dei palestinesi, e non tutti i torti dalla parte degli israeliani. È questo che impedisce agli studenti di lasciare il comodo terreno dei cortei e delle piazze per avventurarsi in mare aperto, dove l’unica forza che conta è quella delle idee.

(uscito sul Messaggero il 25 aprile 2024)




Dissenso e libertà di parola

La libertà di parola è sacra, sentiamo dire spesso. Guai impedire a qualcuno di parlare. Ma quando a qualcuno viene impedito di parlare, altrettanto spesso sentiamo replicare: anche il diritto al dissenso è sacro.

Questo schema, nelle ultime settimane, si è ripetuto molte volte. A Firenze, la giornalista e scrittrice Elisabetta Fiorito è stata contestata al grido Free Palestine, perché colpevole di presentare un libro su Golda Meir (socialista sì, ma ebrea israeliana). All’università di Napoli il direttore di Repubblica Maurizio Molinari non ha potuto parlare, in quanto colpevole di essere ebreo. Stesso trattamento all’università di Roma, e per il medesimo motivo (la colpa di essere ebreo), è toccato a David Parenzo. Sempre a Roma, alcuni giovani di Forza Italia, muniti di fotografie delle vittime delle Br, hanno interrotto una lezione della prof.ssa Donatella Di Cesare per protesta contro un suo post, non abbastanza critico sulla stagione del terrorismo.

Non è la prima volta che succede, nelle università, nelle librerie, al Salone del libro. E non è la prima volta che gli “interrotti” parlano di squadrismo, attacco alla libertà di espressione, violenza, intolleranza, e gli “interrompenti” replicano: è la democrazia, bellezza! non potete sopprimere il dissenso e la contestazione.

Di qui un problema importante: qual è il confine? Fino a che punto contestare un oratore, o più in generale qualcuno che espone le sue idee, è un diritto, e da quando in poi diventa una prevaricazione?

Molti, a queste domande, rispondono: il confine è la violenza, in una società democratica la violenza non è mai accettabile.

Io non sono tanto sicuro che sia una risposta soddisfacente, almeno finché per violenza si intenda solo la violenza in senso stretto, ossia l’aggressione fisica nei confronti di chi parla (o di chi lo sta ascoltando). In realtà, molto spesso a chi parla viene impedito di parlare semplicemente fischiando, tamburellando, urlando, producendo suoni in modo più o meno tecnologico. È questo il modo in cui, negli ultimi anni, sono state interrotte e impedite innumerevoli lezioni, conferenze, dibattiti. Talora fino al punto di costringere i relatori invisi ad andarsene, o ad autolicenziarsi (è il caso, solo per fare un esempio, della prof.ssa Cathleene Stock, dell’università del Sussex).

Dunque qual è il confine?

Io rispondo con un esempio laterale, ma secondo me illuminante, quello del teatro. Qual è, a teatro, il confine?

A teatro ci sono due diritti speculari, quello di applaudire e quello di fischiare. Ma di norma, dentro lo spettacolo, entrambi vengono esercitati per intervalli di tempo brevi, che consentono la prosecuzione: non si applaude così a lungo da impedire allo spettacolo di andare avanti e, per il medesimo identico motivo, non si fischia così a lungo da annullare la performance in corso. È anche una questione di rispetto degli spettatori, che hanno tutto il diritto di fruire interamente dello spettacolo per cui hanno pagato un biglietto.

In breve: il dissenso non diventa inaccettabile solo nel momento in cui ricorre alla violenza, ma già quando impedisce l’espressione. È la cancellazione della parola, non l’impiego brutale della forza, a segnare il confine invalicabile.

Che cosa cambia?

Apparentemente poco, in realtà moltissimo. Se adottiamo il criterio della cancellazione della parola, risultano inammissibili le contestazioni a Elisabetta Fiorito, a Maurizio Molinari, a David Parenzo, ma anche le passate contestazioni a Capezzone (alla Sapienza), alla ministra Roccella (al Salone del libro), tutti casi in cui il dissenso ha impedito a uno o più oratori di prendere la parola. Al tempo stesso, diventa ammissibile una contestazione come quella dei giovani di Forza Italia alla prof.ssa Di Cesare, perché l’interruzione – per la sua brevità e compostezza – non ha impedito di portare a termine la lezione.

Ma c’è anche un’altra cosa che cambia, se adottiamo il criterio della cancellazione della parola: fra i nemici della libertà di parola dobbiamo annoverare anche la maggior parte dei conduttori di talk show, che permettono sistematicamente che gli ospiti si parlino uno sull’altro, impedendo a chi (in teoria) avrebbe la parola di completare il suo pensiero. Questa pratica, con cui ci si ripromette di alzare gli ascolti, è palesemente intenzionale, come si deduce dal fatto che viene abbandonata solo nel momento in cui la gazzarra dei politici e giornalisti presenti raggiunge livelli di rumore tali da rendere inascoltabile il programma.

A quanto pare, i nemici della libertà di parola non sono solo i collettivi studenteschi con le loro bandiere e i loro slogan.

(uscito sul Messaggero il 29 marzo 2024)