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Politica

Il Manifesto di Ventotene. Qualche considerazione di metodo

3 Aprile 2025 - di Dino Cofrancesco

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Giuseppe Ieraci sul post di Paradoxa-Forum, del 28 marzo, Sovversivi e comunisti a Ventotene, analizzando criticamente Il Manifesto di Ventotene ha parlato di «un apparato concettuale che oggi desta perplessità: lotta e coscienza di classe, rivoluzione, collettivizzazione, proletariato, sfruttamento capitalistico, imperialismo, si tratta di un linguaggio tardo ottocentesco che era tipico dell’humus culturale dei nostri ‘resistenti’». Gli ho fatto rilevare che proprio quell’apparato concettuale avreb-be dovuto sconsigliare dal farne un testo di battaglia ancora attuale da sbattere in faccia al governo. Sennonché, con grande meraviglia, leggo su ‘Critica Liberale’ un articolo di Giuseppe Civati, All’armi son fascisti del 19 marzo u.s., – un politico che si dichiara alla sinistra della sinistra parlamentare – che sembra non condividere affatto le ‘perplessità’ di Ieraci.. A Giorgia Meloni – che aveva citato, a riprova del sostanziale illiberalismo del Manifesto, il passaggio: «Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato, e intorno ad esso la nuova vera democrazia» – Civati obietta che avrebbe dovuto proseguire nella citazione e leggere il seguito del discorso: «Non è da temere che un tale regime rivoluzionario debba necessariamente sboccare in un rinnovato dispotismo. Vi sbocca se è venuto modellando un tipo di società servile. Ma se il partito rivoluzionario andrà creando con polso fermo, fin dai primissimi passi, le condizioni per una vita libera, in cui tutti i cittadini possano partecipare veramente alla vita dello stato, la sua evoluzione sarà, anche se attraverso eventuali secondarie crisi politiche, nel senso di una progressiva comprensione ed accettazione da parte di tutti del nuovo ordine, e perciò nel senso di una crescente possibilità di funzionamento, di istituzioni politiche libere».

 È difficile capire se Civati si limita a riportare ciò che passava nella mente di Spinelli, Rossi e Colorni o se crede davvero alla plausibilità di un partito rivoluzionario che avrebbe potuto riformare una comunità politica (nella fattispecie, vasta come un continente) senza tramutarsi in un apparato dispotico. In realtà, se la premier avesse proseguito nella sua citazione avrebbe ulteriormente giustificato la denuncia del carattere illiberale del Manifesto. Quando mai, infatti, si è avuto nella storia un partito rivoluzionario demiurgico in grado di realizzare grandi riforme, di far trionfare libertà, eguaglianza e giustizia sociale e disposto poi a ritirarsi in buon ordine per dare la voce al popolo redento? Sembra essere ritornati ai tempi in cui la sinistra (oggi atlantista) inneggiava a Fidel Castro e ai barbudos ritenendo che avrebbero riportato la democrazia a Cuba. Si è tenuti a contestualizzare un documento storico – e certo è doveroso farlo – ma non si può far passare un progetto rivoluzionario come espressione di vera democrazia.

Ma c’è un altro punto sul quale vorrei richiamare l’attenzione. Nel suo post, Ieraci rimprovera alla premier di aver «attribuito un metodo (la lotta rivoluzionaria) e dei fini (il socialismo) ai protagonisti di oggi, che con quella temperie politica e culturale non hanno nulla a che fare, insomma ha fatto cadere presunte colpe dei padri sui figli». Difficile non essere d’accordo però questo deprecabile vizietto di far ricadere le colpe dei padri sui figli è diffuso sia a destra che a sinistra. Sui più grandi organi di informazione non si ritiene Giorgia Meloni l’erede del fascismo? Lo stesso Ieraci, a chiusura di articolo, rileva che la premier «quando dice che la sinistra ‘mostra un’anima illiberale e nostalgica’ dovrebbe – credo – anche interrogarsi sulle sue nostalgie». E va già bene che non abbia scritto che, appartenendo alla razza di quelli che confinarono Spinelli, Rossi e Colorni a Ventotene, non ha titoli per criticarli.

A mio avviso, qui va fatta chiarezza una volta per tutte. Ci sono formazioni politiche in Italia, a destra e a sinistra, che si richiamano a idealità che ispirarono regimi poli-tici illiberali degenerati in regimi totalitari. Ancora negli anni 60 persino nella tessera del PSI veniva dichiarata l’adesione ai principi del marx-leninismo, ovvero ai principi che oggi evocano la dittatura, la polizia segreta, l’eliminazione degli oppositori. Era ovvio che quanti si dicevano comunisti prendessero le distanze non solo dallo stalinismo ma anche dalle forme meno totalitarie del socialismo reale: in fondo, avevano contribuito a riportare, con la Resistenza, la libertà politica in Italia. A loro stavano a cuore la giustizia sociale e uno stato sociale in grado di assicurarla non l’eliminazione dei kulaki e il KGB.

Ma perché non deve valere lo stesso discorso per i pretesi nostalgici del fascismo? Tutti gli intellettuali di destra che ho avuto l’occasione di conoscere deprecavano le leggi razziali e molti consideravano l’asse Roma-Berlino l’errore imperdonabile del duce. Ma il loro pensiero andava alle bonifiche, agli enti assistenziali, alle riforme scolastiche, ai treni in orario, a Giovanni Gentile e ai grandi esponenti della cultura italiana che avevano creduto in Mussolini. Perché non dovrebbero essere ritenuti in buona fede come vengono (giustamente) ritenuti i postcomunisti? Che senso ha ricordare a questi ultimi i Gulag e agli altri il Tribunale della Razza?

Certo si può ritenere che già nel marxismo ci fossero i germi della popperiana ‘società chiusa’ e che nell’ideologia fascista ci fossero il confino e la ‘difesa della razza’. Ma queste sono conclusioni alle quali arrivano lo storico, lo studioso delle ideologie, lo scienziato politico – conclusioni fondate su congetture ragionevoli ma non infallibili: ciò che dovremmo criticare nei postfascisti e nei post-comunisti non è la famiglia di appartenenza ma comportamenti e programmi politici determinati.

In un articolo molto pacato pubblicato sul ‘Giornale’ il 26 marzo u.s., La coperta troppo corta del mito di Ventotene, Gaetano Quagliariello si è chiesto, parlando della Meloni, «perché tanto scandalo? Perché affermazioni come ‘Credo nell’Europa di De Gasperi e non in quella di Ventotene’; oppure ’Condivido la visione liberale di Einaudi e non mi ritrovo in quella giacobina di Ernesto Rossi’; o persino ‘Nel mio Dna ho l’Europa delle nazioni e non posso perciò riconoscermi in una visione federalista’, vengono ritenute alla stregua di inaccettabili profanazioni?» Forse perché nei periodi invernali della vita di una nazione, sono le tempeste in un bicchier d’acqua a scaldare gli animi.

A proposito di Trump – Follemente scorretto

2 Aprile 2025 - di Luca Ricolfi

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Stupore. Sconcerto. Incredulità. Angoscia. Disperazione. Sono i sentimenti che, non senza buone ragioni, trasudano in questi giorni dalla maggior parte dei media di fronte ai gesti di prepotenza di Trump. Non mi riferisco tanto alla intenzione di annettere agli Stati Uniti la Groenlandia o il Canada. Né alla più volte reiterata minaccia di scatenare l’inferno a Gaza o sull’Iran. E neppure al non troppo celato avvertimento verso le Repubbliche Baltiche, cui si fa intendere che potrebbero essere abbandonate dalla Nato in caso di aggressione da parte della Russia.

No, quello cui mi riferisco è lo sconcerto per l’attacco alle politiche DEI (Diversity, Equity, Inclusion) in Europa, a ancor più per il drastico cambiamento di clima negli Stati Uniti, e in particolare nelle Università, dove sono in atto misure repressive nei confronti degli attivisti che, nei mesi scorsi, hanno partecipato alle manifestazioni pro-Palestina. In un articolo uscito su La Stampa, ad esempio, si riporta questo resoconto di Linda Laura Sabbadini, da sempre impegnata nelle battaglie femministe.

“Il clima che si vive è quello di un attacco globale ai diritti, a cominciare da quelli delle donne (…). Mi sembra che nel paese si stia sviluppando una forma di autocensura. Le persone hanno paura di dire quello che pensano. Tutti si sentono potenziali bersagli, a partire da chi si occupa di gender studies”. Di qui la considerazione finale: “Il clima dell’autocensura è tipico delle dittature. E io l’ho percepito tra i professori e nelle Ong. Sono spaventati per i loro finanziamenti. Tutto è in discussione”.

Questo resoconto mi ha molto colpito. E non perché parla di una evidente e ingiustificata limitazione della libertà di espressione, ma perché dice esattamente le stesse cose che, per almeno un decennio, hanno ripetuto quanti non erano allineati con la cultura woke. Professori sanzionati o licenziati per le loro opinioni conservatrici o tradizionaliste. Scrittori e intellettuali contestati, disinvitati, bersagliati per le loro opinioni sgradite alla cultura woke. Studenti restii a esprimersi in pubblico per timore di essere accusati di scorrettezza politica, micro-aggressioni, molestie. Femministe ostili all’utero in affitto o al self-id (autodeterminazione del genere) denigrate o messe a tacere per il loro mancato allineamento alla cultura dominante, o meglio alla cultura dell’élite progressista.

Insomma, la domanda è: ma dov’eravate, voi che denunciate la prepotenza di Trump, quando il clima di intimidazione, il chilling effect (l’auto-zittimento), si respirava ovunque, nei giornali, nei campus universitari, nelle istituzioni culturali, nel cinema, nell’arte, nelle Ong, nelle imprese più impegnate con le politiche DEI?

Quello che voglio dire, però, non è quello che forse qualcuno potrebbe pensare, e cioè che il trumpismo è il meritato contrappasso a un decennio di follie woke. No, quello che voglio dire è che cultura woke e restaurazione trumpiana sono le due facce della medesima moneta, e che quella moneta altro non è che l’incapacità delle istituzioni occidentali di assicurare una vera libertà di espressione.

Il contrario del follemente corretto che ci ha oppressi negli anni passati non è il follemente scorretto con cui Trump prova ad opprimerci ora. Le intimidazioni di cui si è macchiata la protesta progressista nei campus (ma anche nelle nostre università) non si neutralizzano con le intimidazioni di segno opposto cui assistiamo oggi. Il vero contrario del follemente corretto è la capacità di ascoltare l’altro anche quando – anzi soprattutto quando – la pensa in modo completamente diverso da noi. Il trumpismo è la negazione della tolleranza e della libertà di pensiero. Proprio come ciò che l’ha preceduto.

[articolo inviato uscito sulla Ragione il 1° aprile 2025]

La caduta degli DEI

1 Aprile 2025 - di Luca Ricolfi

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Ci sono parecchi equivoci nelle polemiche degli ultimi giorni sulle misure adottate da Trump conto le politiche DEI, acronimo che sta per Diversity, Equity, Inclusion. In estrema sintesi, per politiche DEI si intendono un vasto insieme di misure di sensibilizzazione, controllo e reclutamento con cui, da parecchi decenni (ma con particolare veemenza dal 2012), aziende e organizzazioni hanno cercato di tutelare, proteggere o privilegiare varie minoranze definite per lo più su base sessuale, razziale, etnica, nonché altre varie caratteristiche (disabilità, orientamento sessuale, ruoli di genere). L’effetto più tangibile della politiche DEI è stata la modificazione dei criteri di reclutamento e assunzione nelle imprese, nella pubblica amministrazione e nelle università, con la parziale sostituzione del criterio del merito (capacità di svolgere bene il compito per cui si viene reclutati) con criteri estrinseci, come il colore della pelle e il sesso biologico. Di qui la frustrazione, talora il risentimento, delle categorie penalizzate, cui non sempre era chiaro perché – ad esempio – una ragazza bianca di oggi dovesse essere penalizzata per le colpe, vere o presunte, dei suoi antenati colonialisti e/o padroni di schiavi. È il caso di aggiungere che, nella storia americana, la pressione a praticare politiche DEI ha rappresentato un completo capovolgimento del sogno di Martin Luther King, che aspirava a una società color blind (cieca al colore, o “daltonica”) in cui finalmente i suoi figli potessero essere giudicati non per il colore della pelle ma per il tipo di persone che erano. Viste con gli occhi dei loro critici, le politiche DEI – recentemente messe in discussione – altro non erano che forme di “discriminazione alla rovescia”, oltreché violazioni del principio della responsabilità individuale, che vieta di far cadere sul singolo colpe del suo gruppo, o peggio dei suoi antenati.

Ed eccoci al primo equivoco: quello che a noi europei spesso appare come un attacco ai valori occidentali di inclusione, per l’amministrazione Trump è semmai una affermazione del principio occidentalissimo di equità, che vieta di valutare le persone per le loro caratteristiche ascritte (di nascita) o non pertinenti (orientamento sessuale ecc.). Insomma: il confronto non è fra difesa (europea) dei valori occidentali e attacco (americano) ai medesimi valori, ma semmai è fra due diverse – e incompatibili – interpretazioni dei valori occidentali, dove Trump sta con Luther King, mentre Macron – indignato per l’attacco USA alle politiche DEI – sta con la cultura woke.

Ma c’è anche un secondo equivoco. Dalle cronache di questi giorni sembrerebbe che lo smantellamento delle politiche woke sia il nefasto effetto dell’autoritarismo trumpiano. In parte è vero, ma non dobbiamo dimenticare che sia negli Stati Uniti sia nel Regno Unito il processo era iniziato ben prima della vittoria di Trump. Sono centinaia le grandi imprese e organizzazioni che, specie negli ultimi 4-5 anni, hanno fatto retromarcia rispetto alle politiche DEI, anche se per ragioni non sempre simili. Nel Regno Unito la retromarcia è stata favorita dagli eccessi delle lobby LGBT+ e da scandali come quello che ha coinvolto la clinica Tavistock, un tantino leggera nelle autorizzazioni alle transizioni di genere di ragazzi e ragazze. Negli Stati Uniti, invece, decisive sono state le prosaiche leggi dell’economia. Dopo anni di infatuazione per le politiche DEI, grandissime aziende come Jack Daniels, Harley-Davidson, Tesla, Microsoft, Google si sono rese conto degli inconvenienti a esse associati: i costi elevati degli staff DEI, l’inefficienza delle politiche del personale (non poter scegliere i migliori per una data mansione ha un ovvio costo economico), la ribellione di una parte degli utenti e dei dipendenti. Anche qui Trump non c’entra molto: se nel primo mandato non aveva fatto quasi nulla, e ora pare scatenato, è perché allora l’onda woke era fortissima e invincibile (anche grazie agli scandali sessuali che, fra il 2016 e il 2017, innescarono il MeToo), mentre oggi al neo-presidente è bastato fare surf sull’onda di una ribellione anti-woke in corso da alcuni anni.

E non è tutto, a proposito di equivoci. Noi europei troviamo scandaloso che l’amministrazione americana discrimini le aziende europee che ancora adottano politiche woke. Anche a me non piace, ma per ragioni diverse da quelle invocate da Macron (la presunta ingerenza negli affari interni di un paese). Quel che trovo pericoloso (e alla lunga controproducente) è, in generale, il fatto che gli acquirenti di un bene o servizio anziché scegliere in base alle sue qualità intrinseche, lo valutino in base a fattori esterni, di tipo morale, etico, politico o ideologico. All’amministrazione americana non dovrebbe interessare nulla il fatto che l’azienda che fornisce i pasti al personale dell’ambasciata a Parigi sia più o meno impegnata nelle politiche DEI. Un tramezzino è un tramezzino è un tramezzino, direbbe Gertude Stein. E invece no: ora pare diventato importante se l’azienda ha o non ha una determinata politica del personale. E, orrore degli orrori, per l’amministrazione Trump conta che l’azienda non abbia una politica inclusiva, basata sui principi DEI.

E qui incontriamo l’ultimo equivoco. Che sta in questo: non ci rendiamo conto che quel che fa Trump è solo una variante di quel che, da molti decenni, fanno le imprese e i consumatori occidentali, ossia includere la virtù nel calcolo economico. Le imprese hanno capito, già molti decenni fa, che la reputazione di un marchio è fondamentale, e può essere migliorata con politiche di pura immagine, molto meno costose di quanto lo sarebbero modificazioni effettive del prodotto o miglioramenti delle condizioni di lavoro dei dipendenti. Ma i consumatori non sono stati da meno: quanta gente compra un prodotto anche perché è pubblicizzato come green, eco- sostenibile, agganciato a qualche pandoro benefico? Quanti consumatori smettono di comprare determinati beni o servizi perché detestano chi li produce? Oggi tocca a Fratoianni e consorte dismettere la loro Tesla in odio a Trump, ma quante volte abbiamo assistito a campagne di boicottaggio contro i prodotti israeliani, o contro le aziende di Berlusconi, a partire dalla campagna Bo.Bi (Boicotta il Biscione, 1993)?

La realtà è che, ormai da tempo, viviamo in un mondo in cui anche il mercato è drogato dall’ideologia. Un mercato che noi stessi abbiamo contributo a drogare. E in cui Trump sguazza benissimo.

[articolo uscito sul Messaggero il 31 marzo 2025]

A proposito del riarmo europeo – Pronti per il 2030?

26 Marzo 2025 - di Luca Ricolfi

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Anch’io, come il ben più ascoltato Fausto Bertinotti, detesto la ossessiva ripetizione della formula latina si vis pacem para bellum (se vuoi la pace prepara la guerra), variamente fatta risalire nientemeno che a Platone, Cicerone e altri. E la detesto non perché io creda, come Bertinotti, che se ti riarmi poi le armi le usi, ma più semplicemente perché non credo nelle formule di (presunta) saggezza usate in ambiti complessi, come quello militare e strategico.

In realtà entrambe le formule sono state vere, e non sappiamo quale si applichi alla situazione di oggi. La proliferazione degli armamenti nucleari ha garantito 70 anni di (relativa) pace, ma potrebbe riservarci la terza guerra mondiale fra qualche tempo. Il riarmo tedesco degli anni ’30 ci ha regalato la seconda guerra mondiale, mentre di quello – non solo tedesco – annunciato in questi giorni nessuno è in grado di dire se dissuaderà la Russia dall’attaccare l’Europa, o se sarà la miccia che farà deflagrare una nuova guerra sul Continente.

Insomma, sono scettico. E alquanto stupito sia delle certezze di Marco Travaglio (cui “non risulta” che Putin voglia invaderci) sia di quelle di Prodi (il quale sa che, se non ci riarmiamo, saremo invasi dalla Russia).

Quello che più di tutto mi sorprende, però, sono le convinzioni che, da un po’ di tempo, vengono fatte circolare dai fautori del riarmo europeo. Secondo alcune fonti (ad esempio i servizi segreti tedeschi), riprese da vari organi di stampa, l’Europa subirà un attacco russo entro la fine del decennio. Di qui il piano Readiness 2030, che auspica e pianifica un rapido riarmo europeo in modo da essere pronti per il 2030, in vista di un probabile attacco russo.

Perché ne sono sorpreso?

Perché non conosco la risposta a due ordini di domande.

Primo. Come mai stiamo già parlando di riarmo, senza aver chiarito con gli Stati Uniti il futuro della Nato? Siamo sicuri che gli Trump voglia uscire dalla Nato, e che il Congresso glielo permetterebbe? (una legge del 2023 obbliga il presidente a passare da un voto del Congresso, con maggioranza di due terzi). Il problema posto da Trump (per inciso: già dal 2016, non da oggi) è solo quello dei costi della difesa, troppo onerosi per gli Usa, o è di alleanze? Lo sganciamento degli Stati Uniti sarà graduale, o è già una realtà di fatto? Mi pare che le risposte a queste domande facciano grande differenza. Se fosse solo un problema di costi, ad esempio, sarebbe molto più efficiente pagare la permanenza delle basi americane in Europa piuttosto che rafforzare gli eserciti nazionali e/o dare l’arma nucleare alla Germania. Come mai la sinistra, così preoccupata della “onda nera” nazista, non ha ancora alzato un sopracciglio sui rischi di un riarmo tedesco gestito dalla Afd? Possibile che la Afd sia un mostro temibile quando promette l’espulsione dei migranti irregolari, e non lo sia quando si profila l’eventualità di una Germania nazisteggiante e armata fino ai denti?

Secondo ordine di domande. Tutti concordano sul fatto che, anche nella più efficiente delle ipotesi, il riarmo dell’Europa non ne aumenterà significativamente il potenziale difensivo prima di qualche anno. Ma allora: se è vero che Putin ci vuole attaccare entro il 2030 (cosa che nessuno sa, ma molti fingono di sapere), ed è vero che stiamo facendo di tutto per essere prontissimi per il 2030, perché mai Putin dovrebbe aspettare 5 anni per attaccarci? Se davvero ha intenzione di farlo, il messaggio che gli mandiamo è di sbrigarsi, prima che diventiamo in condizione di respingerlo.

In breve: siamo sicuri che, prima di annunciare con le fanfare il riarmo europeo (come sta facendo il sempre meno pacioso Prodi), non sarebbe meglio fare due chiacchiere con Trump, e attendere di conoscere gli accordi di pace sull’Ucraina?

[articolo uscito sulla Ragione il 25 marzo 2025]

La maestra che arrotonda su OnlyFans – La scelta di Elena

26 Marzo 2025 - di Luca Ricolfi

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Ho pensato che il mio corpo sia un bel vedere, visti i sacrifici sportivi che faccio ogni giorno, e che vederlo non dovrebbe essere gratuito”.

Così si è difesa Elena, maestra di un asilo cattolico in provincia di Treviso, beccata a vendere immagini osé di sé stessa sulla piattaforma OF (OnlyFans), ed ora sospesa dall’insegnamento. Per chi non lo sapesse OnlyFans è una piattaforma, nata nel 2016, in cui si possono esporre i propri contenuti (di qualsiasi genere, ma di fatto soprattutto immagini e video sessualmente espliciti) e farli circolare, gratis o a pagamento. Giusto per dare gli ordini di grandezza: il fatturato è sfiora i 7 miliardi di euro, i produttori di contenuti sono diversi milioni (soprattutto donne), gli utenti sono più di 300 milioni (soprattutto maschi).

I guadagni medi sono modesti, ma possono diventare considerevoli se i contenuti sono stuzzicanti e il numero di “abbonati” è elevato. La maestra in questione dice di guadagnare 1200 euro in mezza giornata, tanto quanto le dà – in un mese – l’onorata professione di educatrice di marmocchi.

La vicenda è interessante non in sé (è arcinoto che internet è una formidabile via Salaria digitale) ma per le reazioni che ha suscitato, e ancor più per la luce che getta sulla società in cui viviamo.

Le reazioni sono polarizzate, ma non bilanciate. Una minoranza (circa 1 commento su 4) mostra indignazione o sgomento: un’educatrice dovrebbe essere un esempio, se sei su OnlyFans non puoi fare la maestra; è vero che ti vedono solo gli abbonati, ma poi si viene a sapere (come in effetti è successo), e la cosa non fa bene alla classe.

La maggioranza (circa 3 commenti su 4), invece, difende l’operato della maestra, che risulta apprezzata nel suo lavoro con i bambini, e avrebbe tutto il diritto – fuori del lavoro – di fare quello che vuole. Ma la maggior parte dei difensori, più che difendere il principio libertario secondo cui “del mio corpo faccio quello che voglio”, si prodiga in esercizi di indignazione contro l’indignazione altrui: la maestra fa benissimo, immorale non è lei ma il misero stipendio che riceve; e i moralisti che la accusano sono bigotti, anzi magari sono papà registrati su OnlyFans (del resto, com’è che hanno scoperto le foto della maestra?).

Non so quanto le reazioni che ho incontrato su internet siano rappresentative, ma se dovessero esserlo dovremmo prendere atto di un fatto significativo, e cioè che nel pubblico non prevalgono le idee delle femministe radicali, ostili alla prostituzione, alla pornografia e al sexting, ma quelle della sociologa Catherine Hakim, espresse nel suo famoso libro Capitale erotico (Mondadori, 2012): le donne fanno bene a valorizzare, anche economicamente, il loro aspetto fisico e il loro fascino. È il capitalismo, bellezza!

Ovviamente ognuno può stare con chi preferisce, maestra ardita o genitori moralisti. Quel che però mi colpisce è che nessuno, almeno fra le decine e decine di commenti che ho letto, si sia chiesto che cosa avremmo detto se il mestiere in questione non fosse stato quello di insegnante ma, poniamo, quello di giudice della Corte Costituzionale, o quello di colf, o “collaboratrice familiare”. Come sociologo, non ho molti dubbi che nel caso di una giudice della Corte, una schiacciante maggioranza avrebbe deprecato che la avvenente magistrata vendesse i suoi scatti su OnlyFans, mentre nel caso della colf un’altrettanto schiacciante maggioranza avrebbe sentenziato che quel che fa fuori dell’orario di lavoro sono fatti suoi.

Questo esperimento mentale mostra che la fonte primaria dei nostri diversi giudizi non sono tanto le nostre inclinazioni morali, il nostro essere dalla parte dei moralisti-bacchettoni piuttosto che da quella degli amoralisti-libertari, quanto il prestigio delle diverse occupazioni e dei ruoli sociali connessi. Se il ruolo è prestigioso o eticamente delicato, scattano i divieti moralisti, se il ruolo non lo è scatta l’impulso libertario e tollerante del “liberi tutti”. La netta maggioranza che si schiera con la maestra, più che rivelare la nostra apertura mentale, testimonia quanto sia caduto in basso il prestigio del mestiere di insegnante.

Dobbiamo rammaricarcene?

Sì, possiamo esserne dispiaciuti. Ma non possiamo stupircene. Il processo che ci ha condotti fin qui è iniziato intorno al 1600, con la progressiva “obsolescenza del concetto di onore”, come ebbe a chiamarla oltre mezzo secolo fa in un saggio famoso  Peter Berger, uno dei maggiori sociologi del XX secolo. Una obsolescenza le cui prime evidentissime tracce sono nel Don Chisciotte di Cervantes, plastica descrizione del declino degli ideali cavallereschi e dell’etica dell’onore.

La formazione dell’identità moderna, spiega Berger, non poggia più sul concetto di onore, ovvero sulla capacità di interpretare al meglio il ruolo che si ricopre, ma su quello di dignità umana, sempre più intesa come scelta libera, incondizionata e meritevole di riconoscimento, di ciò che vogliamo essere. È quello che, nel suo libro Il disagio della modernità (del 1991) il filosofo canadese Charles Taylor ha chiamato l’ideale morale dell’autenticità, per cui quel che conta non è come interpreti i ruoli che la società ti assegna, bensì quel che tu veramente sei e vuoi essere, nella vita privata così come in quella pubblica (e ora pure nello spazio metà pubblico e metà privato di internet). Con un’importante qualificazione, che spesso si dimentica: il primato della dignità umana, nella modernità pienamente dispiegata, non significa solo diritti umani e rispetto della persona, ma piena sovranità del consumatore-cittadino nella costruzione della propria identità e nella propria autorealizzazione, quali che siano le credenze e i pregiudizi altrui.

Vista da questa angolatura, la scelta di Elena assume una colorazione di ovvietà. Può scandalizzarci o entusiasmarci, ma segna con chiarezza che il corso della modernità, annunciato fin dal ’600 da Cervantes, sta giungendo al suo epilogo. Attendiamo solo, per chiudere il cerchio, che ministre, cardiologhe e suore sbarchino anche loro su OnlyFans.

[uscito sul Messaggero il 25 marzo 2025]

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