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Adolescenti su internet – Si muove l’Europa

20 Aprile 2026 - di Luca Ricolfi

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Age verification, verifica dell’età. Di questo si parla insistentemente da un po’ di tempo, e si parlerà ancora a lungo: è di pochi giorni fa, infatti, il lancio della European Verification App, uno strumento informatico di verifica dell’età, pensato per limitare l’accesso degli adolescenti  alle piattaforme digitali, e in particolare ai social.

L’idea ovviamente non è di rendere impossibile l’accesso ai social degli under-16 (o under-15, non è ancora stato deciso), ma di renderlo molto più complicato di oggi, nella speranza di limitare i danni alla salute mentale di ragazzi e ragazze. Il sistema europeo, almeno nelle intenzioni, non dovrebbe violare la privacy, in quanto basato sulla concessione di “gettoni” di accesso anonimi.

Il decollo di questo progetto non ha mancato di suscitare polemiche, riattivando l’antica disfida fra proibizionisti (rassicurati dai controlli) e anti-proibizionisti (spaventati dall’ingerenza dei poteri pubblici). Un recente sondaggio sembra indicare che la maggior parte dei genitori vedono con favore norme che impediscano (o subordinino al consenso dei genitori) l’accesso ai social prima di una determinata età. D’altra parte una lettera aperta firmata da centinaia di esperti ha recentemente lanciato l’allarme sui rischi per la privacy che le procedure di age verification produrrebbero.

C’è una novità importante, tuttavia, rispetto ai dibattiti classici – come quello sulla legalizzazione degli stupefacenti – fra proibizionisti e anti-proibizionisti. Tradizionalmente, le posizioni proibizioniste attirano soprattutto l’elettorato conservatore, e quelle anti-proibizioniste l’elettorato progressista. In questo caso no, le cose sono molto più articolate.

In campo conservatore, l’istinto proibizionista entra in conflitto con la difesa della libertà di espressione, che da diverso tempo è entrato nell’agenda della destra, giustamente inorridita dalle tentazioni censorie del follemente corretto.

Ancora più complicate le cose in campo progressista: il riflesso antiproibizionista (vietato vietare!) si scontra con l’interventismo in campo sociale, che prescrive di prevenire il disagio sociale. Quello della app europea è uno dei rari casi in cui la dottrina progressista (prevenire anziché reprimere) si trova di fronte una situazione in cui reprimere un comportamento (l’esposizione ai social) è il modo più logico per prevenire un rischio sociale (il disagio mentale). In altre parole, ai progressisti risulta arduo ricorrere alla solita contrapposizione fra la prevenzione (buona) e la repressione (cattiva), perché – in questo caso – per prevenire occorre reprimere.

Che fare, dunque?

Questo lo deciderà la politica, come quasi sempre avviene. Quello che noi cittadini possiamo fare è cercare di non vedere solo una faccia del problema, e non farci accecare dalle nostre pulsioni proibizioniste o anti-proibizioniste.

Chi propende per controlli severi non dovrebbe nascondersi alcuni fatti fondamentali. Primo, i controlli sono quasi sempre aggirabili, come dimostra la severissima Australia dove 2 adolescenti su 3 hanno continuato a stare sui social nonostante il divieto introdotto. Secondo, la necessità di sottoporsi a frequenti verifiche dell’età aumenterà, innanzitutto per gli adulti, i rischi di furti di identità e truffe (come già sta avvenendo da tempo con le app bancarie e le bollette). Senza contare i danni in temini di efficienza e rapidità della navigazione in rete.

Chi non vorrebbe divieti non dovrebbe sottovalutare il fatto che, per un genitore che desidera proteggere i figli dai rischi di internet, è molto più facile vietare qualcosa se anche la legge la vieta (un ragionamento che, forse, andrebbe considerato anche nel caso degli stupefacenti). Soprattutto, chi tiene alla salute mentale dei propri figli non dovrebbe lasciarsi ingannare da quanti sostengono che gli esperti siano divisi, e che non ci siano prove definitive dei danni prodotti dai social. No, questo non è vero: studiosi come Joan Twenge e Jonathan Haidt (l’autore del La generazione ansiosa) hanno portato prove schiaccianti sui danni mentali prodotti da social, videogiochi e pornografia. Sono i negazionisti del nesso fra social e disagio mentale a non aver portato prove convincenti della loro tesi.

C’è, infine, una considerazione politica, che dovrebbe fare riflettere soprattutto la sinistra: è verosimile che lasciare le cose come stanno possa aumentare le diseguaglianze sociali. Fateci caso, ma a dedicare le maggiori energie a limitare, filtrare, indirizzare la vita su internet dei figli sono i ceti più istruiti, ben consapevoli dei danni – e quindi dei futuri svantaggi sociali – che l’esposizione eccessiva può provocare. È un caso che tutti i maggiori inventori delle tecnologie della rete, da Steve Jobs (Apple) a Bill Gates (Microsft), abbiano cercato di tenere lontani dagli schermi i loro figli?

[articolo uscito sul Messaggero il 19 aprile 2026]

La folgorante ascesa di Silvia Salis – Tempo di Salis?

16 Aprile 2026 - di Luca Ricolfi

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Non so voi, ma io non ricordo, in decenni e decenni di prima e seconda Repubblica, un solo caso di uomo o donna politica che – come la sindaca di Genova Silvia Salis – sia passata quasi istantaneamente dal quasi-anonimato allo status di possibile candidato alla Presidenza del Consiglio. Certo, si potrebbe citare il caso di Antonio Di Pietro, che nel momento di massimo splendore e follia di Tangentopoli molti elettori (il 71% secondo un sondaggio dell’epoca) avrebbero voluto nientemeno che alla presidenza della Repubblica. Ma sarebbe un paragone inappropriato: quando raggiunse quei livelli di consenso Di Pietro aveva alle spalle due anni di inchieste giudiziarie sensazionali, e poteva presentarsi come l’eroe che aveva reso giustizia agli italiani depredati dalla voracità dei partiti.

Silvia Salis no. È appena agli inizi della sua avventura politica, e i soli titoli che può vantare sono alcuni notevoli successi come atleta nel lancio del martello, nonché una carriera di dirigente sportiva. Eppure un recentissimo sondaggio BiDiMedia rivela che, al momento, è l’unica esponente del centro-sinistra che riscuote un consenso paragonabile a quello di Giorgia Meloni. La sindaca di Genova già oggi potrebbe arrivare al 48.9% (a soli 2 punti dal 51.1% di Meloni), mentre Conte dovrebbe accontentarsi del 46.4% e Schlein del 45.5%.

Come si spiega?

Non credo vi sia una ragione unica o dominante, anzi penso che questo sia un perfetto esempio di causalità multipla. Se il vento soffia nelle vele di Silvia Salis è perché, all’improvviso, più ragioni si sono allineate fra loro come pianeti. Una ragione fondamentale è che sia Schlein sia Conte non piacciono a una frazione non trascurabile dell’elettorato progressista, e pure a una parte degli indecisi o astenuti. Silvia Salis è nuova, e può approfittare della preferenza degli elettori per le novità: non è mai successo, nella storia della seconda Repubblica, che il voto premiasse un governo uscente.

Un altro elemento che favorisce Salis è la sua appartenenza alla componente moderata e riformista del campo largo. È vero che il suo moderatismo può alienarle le simpatie della base più estremista del campo progressista, ma è difficile pensare che i voti perduti per l’astensione degli estremisti spossano essere più numerosi dei voti riconquistati grazie alla mobilitazione dell’elettorato riformista (a partire da quello che guarda al partito di Calenda). E il fatto di non essere iscritta ad alcun partito, paradossalmente, la rende più e non meno forte, perché disinnesca la ridda delle rivalità fra le varie componenti del campo largo.

C’è poi il fattore donna, che gioca a favore di Salis non solo contro Conte, ma pure contro Schlein, che molti elettori non percepiscono precisamente come una Meloni di sinistra.

C’è infine una ragione politica fondamentale: Silvia Salis è probabilmente l’unica candidata alla presidenza del Consiglio in grado di evitare una sanguinosa e catastrofica lotta per la leadership fra i leader dei due maggior partiti, Pd Cinque Stelle.

C’è un “però”, tuttavia, di cui occorre tenere conto. Silvia Salis ha detto di essere contraria alle primarie in quanto divisive, e che se la vogliono come candidata-premier, devono chiederglielo tutte le componenti del campo largo. Ma è realistico pensare che, già divisi oggi fra “contiani” e “schleiniani”, i maggiorenti del campo largo non finiscano domani per sbranarsi fra paladini della lanciatrice di martello e tenaci difensori delle prerogative dei partiti?

Già oggi, nel centro-sinistra, sono in corso manovre e calcoli per definire chi in futuro potrà occupare le due caselle fondamentali (presidenza del Consiglio e presidenza della Repubblica). Una candidatura Salis alla presidenza del Consiglio toglierebbe dal tavolo una delle due caselle, lasciando ben pochi margini per le negoziazioni sulla casella rimasta. Questo, forse, è il vero ostacolo all’ascesa del nuovo astro della politica italiana.

[articolo uscito sulla Ragione il 14 aprile 2026; battute: circa 4000]

Finalmente (alcuni) dati – La criminalità nell’era Meloni

27 Marzo 2026 - di Luca Ricolfi

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Meglio tardi che mai. Nelle ultime settimane il Ministero dell’Interno ha fatto uscire qualche dato sulla criminalità. Siamo nel 2026, e finalmente abbiamo i dati del 2024, assolutamente necessari per capire come stanno andando le cose (fino a poco fa eravamo fermi al 2023).

Dico “qualche dato”, e non “i dati” perché tuttora mancano – o sono gravemente incompleti – i due tasselli fondamentali: i dati sulla criminalità giovanile e quelli sulla criminalità degli stranieri, che della criminalità generale costituiscono segmenti importantissimi.

L’uscita dei dati consente, finalmente, di dirimere almeno in parte la questione che, negli ultimi mesi, ha animato tanti dibattitti: stiamo assistendo a un peggioramento della situazione, come sostengono tanti esponenti dell’opposizione, o le cose stanno migliorando, come talora controbattono gli esponenti della maggioranza?

Naturalmente non esiste una risposta univoca. Dipende da quali reati consideriamo, e da quale periodo del passato prendiamo come termine di paragone. A me pare che il modo più ragionevole di procedere sia di confrontare le tendenze fra il 2022 e il 2024 (biennio meloniano) con quelle fra il 2019 (ultimo anno senza Covid) e il 2022 (primo anno senza Covid). Questo perché negli anni intermedi (2020 e 2021) i reati sono stati artificialmente  contenuti dalle restrizioni alla mobilità.

Ebbene, se procediamo così, ecco i risultati. Per quanto riguarda l’insieme dei reati, il tasso di crescita medio annuo è stato del 3.1% nel biennio meloniano, mentre nel triennio precedente il trend era stato negativo (-0.7%). Parlando in generale, è dunque vero che la situazione è peggiorata.

Il quadro si fa però più complesso se consideriamo i singoli reati. Il Ministero distingue 32 gruppi di reati, più una categoria residuale “altri reati”. Dai dati pubblicati risulta che 7 sono diminuiti sia in era Meloni sia nell’era precedente, 7 sono aumentati in entrambi i periodi, 7 sono diminuiti in era Meloni e aumentati nel periodo precedente, ma ben 12 sono aumentai in era Meloni e diminuiti in era Conte-Draghi (2019-2022). Dunque, a questo livello ancora rozzo, la situazione pare un po’ peggiorata. La cosa più interessante, però, è andare a vedere quali sono i reati tipici dei due periodi.

Fra i reati calanti in era Meloni e in crescita nell’era precedente vi sono i delitti informatici, lo sfruttamento della prostituzione, gli omicidi volontari consumati. Fra quelli in crescita nell’era Meloni e calanti nell’era precedente si segnalano i furti di ogni tipo, le lesioni dolose, le minacce, i tentati omicidi.

Quel che più colpisce, tuttavia, è la lista dei reati che sono in aumento in entrambi i periodi: estorsioni, truffe e frodi informatiche, danneggiamenti, percosse, rapine, atti sessuali con minorenne, violenze sessuali. Queste ultime, in particolare, sono cresciute al ritmo annuo del 4.2% in era Meloni, ma a quello (più che doppio) del’8.8% nell’era precedente. Se dovessimo indicare i marker delle due ere, direi che l’era Meloni si caratterizza per la forte dinamica dei reati predatori (furti e rapine), quella precedente per le truffe informatiche e le violenze sessuali.

Queste tendenze, già di per sé allarmanti, riguardano il complesso della popolazione: maggiorenni e minorenni, italiani e stranieri. Se però proviamo a dare uno sguardo, con i pochissimi dati concessi dal Ministero a Save the Children (report (Dis)Armati), ai reati commessi da minorenni, il quadro si fa ancora più inquietante. In 5 anni, fatto 100 il numero di reati del 2019, il loro numero è passato a 125 per le rapine, a 145 per le minacce, a 164 per le lesioni personali, a 199 per le risse, a 250 per il porto abusivo di armi. E questi numeri risultano immancabilmente maggiori per i minorenni stranieri.

Ognuno, naturalmente, è libero di dedurne quello che preferisce. Ma continuare a ignorarli non mi pare un’opzione ragionevole.

[articolo uscito sulla Ragione il 24 marzo 2026]

Devianza giovanile – I dati ignorati

27 Marzo 2026 - di Luca Ricolfi

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Di questione giovanile, da qualche settimana, si sta tornando a parlare non semplicemente sull’onda di episodi di cronaca, ma sulla base di analisi sistematiche condotte da studiosi e centri di ricerca.

A questa ripresa di attenzione hanno dato un impulso notevole l’uscita dell’ultimo libro di Haidt, La generazione fantastica (seguito e capovolgimento del suo fortunatissimo La generazione ansiosa) e il rapporto (Dis)Armati dell’organizzazione benefica Save the Children.

Due contributi entrambi utilissimi, ma che – come altri consimili – mi colpiscono anche per le loro omissioni. È come se, quando si parla di un tema sensibile come la devianza giovanile, scattassero in modo automatico dei semafori che ci spronano a considerare certi aspetti, ma anche ad ignorarne altri, come se i secondi offuscassero i primi.

Nel caso della vasta letteratura psicologica sul disagio giovanile, ad esempio, mancano quasi sempre – accanto alle riflessioni sui danni esistenziali dell’iperconsumo di internet – analoghe riflessioni sui danni cognitivi. Eppure la letteratura al riguardo è cospicua, e piuttosto univoca. Il crollo della capacità di concentrazione, di comprensione e di ragionamento astratto è ben documentato, ma non sembra attirare la medesima attenzione che suscitano i disturbi psicologici come ansia, depressione, autolesionismo. I genitori sono preoccupati della serenità (attuale) dei figli, ma non sembrano prendere sul serio i danni (futuri) che ai medesimi figli deriveranno da una scuola e un’università sempre meno esigenti, a loro volta condizionate dalla perdita progressiva della capacità di leggere libri (un tema opportunamente sollevato dall’ultimo numero della rivista “Vita e pensiero”). Un trend, quello del declino delle capacità cognitive, che tocca la maggior parte delle società avanzate, come documentano le serie storiche dei test di intelligenza, ancora crescenti verso la fine del secolo scorso, ma inesorabilmente decrescenti in questo (si chiama “effetto Flynn inverso”, dall’autore che – nell’età dell’oro – si era accorto che il livello medio del QI era in salita costante).

Un analogo strabismo induce gli psicologi che si occupano di disturbi internalizzanti (che si rivolgono verso l’interno), a distogliere lo sguardo dai disturbi esternalizzanti (che si rivolgono verso l’esterno), come se anche questi non fossero in aumento, e quasi che menzionare anche la crescita della violenza giovanile rischiasse di intorbidare il quadro romantico di una gioventù fondamentalmente vittima, afflitta dalle ingiustizie sociali e dall’indifferenza del mondo adulto.

Sotto questo profilo, per certi versi, è più realistico (e informativo) il ritratto della gioventù tracciato da Save the Children, che pur sposando una tesi politica ben precisa (non c’è un’emergenza devianza giovanile, molte colpe sono della società, la repressione è inutile e incostituzionale), ha il pregio di fornire molti dati inediti, anche se non tutti coerenti con l’afflato umanitario del rapporto (Dis)Armati, che già nel titolo fa intuire il quadro che ambisce a dipingere: i giovani, è vero, sono spesso armati e violenti, ma in realtà sono disarmati di fronte a un mondo difficile che non li capisce.

Quello che mi ha fatto riflettere, però, è come anche in questo caso l’attenzione degli studiosi

non riesca a liberarsi dei propri presupposti ideologici. Nel rapporto di Save the Children ci sono ogni sorta di dati, per lo più interessanti e ben illustrati, ma quando i dati rischiano di confliggere con il tono generale del rapporto, comprensivo e non eccessivamente allarmato, vengono semplicemente ignorati.

Un esempio?

La infografica 3 sui reati violenti commessi da minori in Italia, basata su dati del Ministero dell’Interno non ancora pubblici. Qui il report si tappa letteralmente gli occhi, perché omette di raccontare due fatti che i suoi grafici illustrano con assoluta evidenza. Il primo è che, dal 2019 al 2024 (ultimo anno disponibile), l’aumento dei comportamenti violenti ha coinvolto anche le ragazze, e in qualche caso (minaccia e lesioni personali) è stato pari o superiore a quello dei ragazzi.

Ma il dato ignorato più clamoroso riguarda i ragazzi stranieri. Per tutti i crimini considerati (eccetto l’omicidio), l’aumento dei comportamenti violenti, già preoccupante per gli italiani, è molto maggiore per i ragazzi stranieri. In cinque anni, dal 2019 al 2024, le segnalazioni per rissa sono aumentate del 31% per gli italiani, ma del 173% (quasi triplicate) per gli stranieri. Quelle per porto abusivo di armi del 100% per gli italiani, del 220% per gli stranieri. Quelle per minaccia del 21% per gli italiani, dell’84% per gli stranieri. Quelle per lesioni personali del 35% per gli italiani, del 108% per gli stranieri.

Se consideriamo i precedenti reati nel loro insieme, il contributo dei ragazzi e delle ragazze straniere alla crescita della violenza nel quinquennio 2019-2024 sfiora il 70%, nonostante la quota di ragazzi stranieri sia dell’ordine del 10%.

Ognuno, naturalmente, è libero di leggere questi dati come preferisce, e persino di continuare a proclamare che non esiste alcuna emergenza, o che in altri paesi europei le cose vanno peggio, o che tutto dipende dall’accanimento delle istituzioni contro la violenza giovanile. E tuttavia si vorrebbe, quando si parla di disagio come quando si parla di violenza giovanili, che non si ignorassero porzioni troppo grandi della realtà, almeno quando i dati che le descrivono sono sotto i nostri occhi.

[articolo uscito sul Messaggero il 22 marzo 2026]

I big dell’AI come i lemming? – Svenarsi per ChatGPT

19 Marzo 2026 - di Luca Ricolfi

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Quando si parla delle conseguenze dell’intelligenza artificiale (AI) si entra, inevitabilmente, in un mondo para-onirico. Dato che il tema è tecnicamente ostico, e nessuno è abbastanza intelligente (e informato) per fare previsioni attendibili, il campo è dominato dalle nostre speranze e dai nostri incubi.

Gli studiosi classici fanno improbabili accostamenti con la storia dell’automazione, ripescano il movimento luddista contro le macchine, e sperano che la storia si ripeta: le macchine hanno sostituito tante persone, ma tanti lavori nuovi sono nati proprio perché c’erano le macchine.

Le giovani generazioni per lo più vedono il lato ricreativo e utilitaristico dell’intelligenza artificiale, che permette loro di avere informazioni, aiuto nello studio, consigli pratici, conforto psicologico, dritte nella vita sentimentale.

Gli utenti di servizi come cure mediche, elettricità, telefonia, stramaledicono chatbot e assistenti virtuali con cui vengono costretti a dialogare, senza mai la possibilità di parlare con un essere umano, dotato di intelligenza naturale e responsabilità.

Politici, preti, istituzioni e esperti di etica discettano sull’opportunità di mettere dei limiti all’intelligenza artificiale, specie nelle operazioni di guerra.

E poi naturalmente c’è la categoria dei consolatori-rassicuratori, che provano a tranquillizzarci con l’argomento (errato) secondo cui, come per ogni altra tecnologia, tutto dipende da chi la usa e come la usa.

Dal momento che il futuro è imperscrutabile, forse è di qualche utilità – in attesa del Paradiso o dell’Apocalisse che verranno – limitarci ad osservare alcune conseguenze che l’AI sta già producendo. Una, in particolare, mi pare degna della massima attenzione. La rete di imprese e istituzioni che produce i software di AI più importanti (ChatGPT, Claude, Grok, Gemini) sta effettuando o pianificando massicci licenziamenti dei propri dipendenti, ma non per la ragione che tutti ripetono da quando l’intelligenza artificiale è entrata nelle nostre vite, e cioè che l’AI permette incrementi di produttività che rendono superflua una parte della forza lavoro. Secondo alcuni analisti la ragione principale sarebbe la necessità di aumentare gli investimenti per costruire i nuovi data center, necessari per addestrare le versioni future dei principali software che si contendono il mercato.

Se questo fosse vero, saremmo di fronte a un fenomeno piuttosto nuovo. Una rete di grandissime aziende, che hanno una capitalizzazione dell’ordine di 10 trilioni (5 volte il Pil dell’Italia, 500 volte il valore di una nostra Finanziaria), sono costrette – per non soccombere alle imprese rivali – a effettuare investimenti enormi per aumentare la potenza dei rispettivi prodotti, il cui addestramento richiede consumi di energia spropositati e inevitabilmente crescenti. E per fare questo non si limitano a cercare capitali sul mercato e a produrre utili da reinvestire, ma sono indotte ad auto-divorarsi, dismettendo lavoratori, uffici, attrezzature, immobili, tutto per non dover chiudere domani perché un rivale più audace o più potente ha prodotto un software che sbaraglia la concorrenza.

Ecco, questo – sociologicamente – mi pare un fenomeno nuovo. È vero che la concorrenza, quando il vantaggio tecnologico di un’azienda è grande e incolmabile,  può generare un monopolio. Ma non si era mai visto che un insieme di aziende si svenassero e si auto-spolpassero per sopravvivere, come tanti lemming che si buttano dalla scogliera.

[articolo uscito sulla Ragione il 17 marzo 2026]

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