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La mina vagante Vannacci

28 Gennaio 2026 - di Luca Ricolfi

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È da qualche mese che, periodicamente, Renzi tira fuori le elezioni del 2027 e il generale Vannacci. La sua idea è che il Generale sia la migliore carta nelle mani del campo largo. Evaporata l’idea di unire politicamente il centro-sinistra, l’ex premier sembra puntare sull’idea speculare e contraria: dividere il centro-destra. Il cavallo di Troia perfetto di questa operazione sarebbe Vannacci, uno che si sente di destra-destra ma potrebbe – uscendo dalla Lega e fondando un nuovo partito – consegnare la vittoria alla sinistra. Un po’ come, a parti in commedia invertite, ha fatto più volte Bertinotti.

Secondo Renzi, “la destra o si estremizza o si divide”. In entrambi i casi il deus ex machina è sempre lui, il Generale del “mondo al contrario”. Se resta nella Lega ne accentua il profilo estremistico, e questo indebolisce l’offerta politica del centro-destra, che in questi anni Giorgia Meloni era faticosamente riuscita a sospingere verso il centro. Se esce dalla Lega e fonda un suo partito, non alleato con gli altri partiti conservatori, sottrae voti alla Lega stessa e a Fratelli d’Italia, rendendo più ardua la strada di un ritorno di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.

Naturalmente quest’ultima eventualità presuppone che Vannacci sia in grado di raccogliere un consenso non trascurabile. Qualche sondaggio ha ipotizzato, molto avventurosamente, un potenziale dell’ordine del 10%, per la maggior parte a spese della Lega. Personalmente penso invece che il potenziale di Vannacci stia nella forchetta 2-5%, e che nella più favorevole delle circostanze un suo partito potrebbe sottrarre 1 punto a Fratelli d’Italia, 3 punti alla Lega e 1 punto agli altri segmenti elettorali.

Ma che cosa succederebbe se un tale partito nascesse, e fosse in grado di attirare il 5% dei voti?

Allo stato attuale non si possono fare previsioni quantitative in termini di seggi, perché non sappiamo ancora con che legge elettorale si voterà. Però un ragionamento in termini di voti sul proporzionale si può azzardare. Se Vannacci corresse da solo e prendesse il 5%, dei consensi, al momento si potrebbe ipotizzare una Lega al 5-6%, Forza Italia al 9%, Fratelli d’Italia tra il 28 e il 29%, Noi moderati come sempre vicino all’1%. In tutto, il centro-destra arriverebbe al 45%, se va male al 43%.

E la sinistra?

Qui viene il lato interessante. Il campo largo, con Renzi ma senza Calenda,  attualmente è al 42.5%, appena sotto il 43-45% di cui possiamo accreditare il centro-destra dopo il salasso cui lo potrebbe sottoporre la fuoruscita di Vannacci. In breve: i due schieramenti sono quasi pari, con un lieve vantaggio del centro-destra.

Conclusione?

È molto semplice: l’arbitro sarebbe Calenda o, meno verosimilmente, Calenda + la galassia di partitini liberaldemocratici che da qualche tempo gli ronzano intorno.  Se Calenda si schiera con il centro-sinistra (e porta con sé buona parte dei voti di Azione), lo schieramento progressista va in lieve vantaggio rispetto a quello conservatore. Se Calenda si allea con il centro-destra, quest’ultimo incrementa il lieve vantaggio che già possiede sullo schieramento opposto. Se Calenda corre da solo, e riesce a eleggere un manipolo di deputati e senatori (cosa improbabile con questa legge elettorale, e forse anche con quella che verrà), gli potrebbe anche succedere di diventare l’ago della bilancia (molto difficile, non impossibile).

Ma che farebbe Calenda se Vannacci spaccasse la Lega, così indebolendo il centro-destra?

Qui non so se Renzi abbia fatto i conti con l’oste. Perché sì, effettivamente potrebbe succedere che il centro-sinistra, dopo averlo snobbato e dileggiato per anni, faccia a Calenda ponti d’oro per salvare la partita. Ma potrebbe anche succedere che, proprio grazie alla defezione di Vannacci, lo schieramento di centro-destra diventi più appetibile, molto più appetibile, per chi si colloca al centro.

Il problema da sempre posto da Carlo Calenda è la presenza di forze populiste, estremiste e antioccidentali in entrambi gli schieramenti: a destra la Lega, a sinistra i Cinque Stelle e Avs. Dacché Giorgia Meloni ha compiuto la sua scelta europeista, il peso di queste forze è sempre stato maggiore a sinistra che a destra (18% di 5Stelle + Avs, contro 8-9% della Lega), ma con la defezione di Vannacci la differenza di peso diventerebbe ancora maggiore (18% contro 4-5%). Con una Lega depurata da Vannacci e ridotta al 5%, sarebbe difficile – per Azione – scegliere di gettarsi fra le braccia di Conte-Bonelli-Fratoianni per evitare l’abbraccio di Salvini. Tanto più se, nel frattempo, Zaia e Fedriga – la componente riformista della Lega – dovessero ridurre Salvini stesso a più miti consigli.

[articolo uscito sulla Ragione il 27 gennaio 2026]

A proposito di violenza sessuale – Il lodo Bongiorno

27 Gennaio 2026 - di Luca Ricolfi

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Ha suscitato stupore (e in alcuni indignazione) la mossa con cui Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia del Senato, ha proposto di modificare la legge sulla violenza sessuale approvata a novembre dalla Camera, una legge molto avanzata passata all’unanimità grazie a un accordo politico fra Giorgia Meloni e Elly Schlein. A me invece aveva suscitato stupore, a suo tempo, che la nuova legge (d’ora in poi, per brevità, “legge Boldrini”) fosse passata senza alcuna opposizione, astensione, distinguo, riserva da parte di qualche deputato. L’unanimità o quasi-unanimità, infatti, spesso altro non è che la conseguenza di un clima politico-mediatico-culturale pressante, per non dire intimidatorio, che rende politicamente costoso ogni distinguo e dissenso. È già successo ai tempi di Mani pulite, è capitato di nuovo ai tempi della riduzione del numero di parlamentari, si è ripetuto pochi mesi fa con la legge sul femminicidio e, appunto, con la legge sulla violenza sessuale, non a caso entrambe approvate a ridosso della giornata contro la violenza sulle donne.

Il mio stupore derivava e deriva da due considerazioni distinte. Primo, il testo approvato alla Camera era chiaramente mal formulato sul piano tecnico, come è stato ripetutamente fatto notare nelle audizioni seguite all’approvazione della legge. Secondo, la materia è incandescente e qualsiasi soluzione, anche quella giuridicamente più ben congegnata,  comporta un prezzo alto in termini di diritti sacrificati. Da questo punto di vista, ben venga il sasso nello stagno gettato dall’on. Bongiorno.

Ma veniamo al merito. Prima della legge Boldrini, ovvero vigente la vecchia legge del 1996, il nucleo del reato di violenza sessuale era l’articolo 609bis del Codice Penale, che puniva “chiunque, con violenza o minaccia o mediate abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali” (atti peraltro definiti in modo sempre più estensivo, fino alla pacca sul sedere e alla “mano morta”). Con la legge Boldrini, approvata due mesi fa, la formulazione dell’articolo 609bis cambia radicalmente: ora ad essere punibile è “chiunque compie o fa compiere o subire atti sessuali ad un’altra persona senza il consenso libero e attuale di quest’ultima”. In sostanza: il reato di violenza sessuale non richiede più l’uso di forza, coercizione, abuso di autorità. Il concetto di “consenso libero e attuale” adotta in cosiddetto modello del consenso, tipico della legge spagnola («solo sí es sí»).

Con la proposta-Bongiorno, infine, ci si attesta su una posizione intermedia: la nuova formulazione punisce “chiunque, contro la volontà di una persona, compie nei confronti della stessa atti sessuali ovvero la induce a compiere o subire i medesimi atti”. La formulazione è intermedia perché – come nel caso della legge Boldrini – non richiede che vi sia violenza o coercizione, ma solo che gli atti sessuali siano contro la volontà di chi li subisce, con conseguente rinuncia al concetto di “consenso libero e attuale”. È il modello del dissenso, adottato dalla Germania una decina di anni fa.

A prima vista potrebbe sembrare che i due modelli siano equivalenti: vietare gli atti sessuali in presenza di un dissenso o vietarli in assenza di un consenso può sembrare la stessa cosa. E la distinzione può apparire di lana caprina. Ma non è così: come è stato autorevolmente osservato (ad esempio dal prof. Gian Luigi Gatta in audizione presso la Commissione Giustizia del Senato), il modello spagnolo e il modello tedesco sono alternativi, e dall’adozione di ciascuno di essi scaturiscono “significative implicazioni pratiche”, specie per le possibilità e le strategie di autodifesa dell’accusato.

Da tutto ciò possiamo trarre una prima conclusione: la difesa feticistica della lettera della legge Boldrini è infondata, perché comunque quel testo necessitava di correzioni tecnico-giuridiche, specie sulla modulazione delle pene. Al tempo stesso, però, le critiche di molte femministe e di vari esponenti politici colgono nel segno quando sottolineano che la nuova formulazione di fatto restringe il perimetro del reato di violenza sessuale.

Dunque la questione rimane: dopo la proposta-Bongiorno il Parlamento è chiamato a scegliere fra modello spagnolo e modello tedesco. Due modelli entrambi legittimi, che differiscono fra loro essenzialmente sul modo in cui bilanciano due beni giuridici entrambi tutelati dalla Costituzione: la libertà di disporre del proprio corpo (articolo 13) e la presunzione di non colpevolezza (articolo 27). Detto in modo un po’ crudo: il prezzo del modello spagnolo è un maggior numero di innocenti in carcere, quello del modello tedesco è un maggior numero di colpevoli a piede libero. È un dilemma inaggirabile, ben codificato in statistica quando si distingue fra errore di prima specie (credere che qualcosa sussista quando non c’è) e errore di seconda specie (pensare che qualcosa non sussista quando invece c’è): è impossibile ridurre il rischio di un tipo di errore senza aumentare il rischio dell’altro. Ed è l’eterno dilemma fra giustizialismo e garantismo. Il modello spagnolo è relativamente sbilanciato sul polo giustizialista (a favore delle vittime presunte), quello tedesco su quello garantista (a favore dei colpevoli presunti).

Proprio per questo, scaldarsi a favore di uno dei due modelli, proclamandolo come l’unico corretto, è del tutto fuori luogo. Personalmente trovo saggia la posizione dell’on, Bongiorno, ma questo fondamentalmente perché ho un’inclinazione garantista.

Al tempo stesso penso che chi difende il modello Boldrini abbia un argomento cruciale a proprio favore: il combinato disposto fra la legge sul femminicidio (laddove limita le possibilità di contro-interrogare) e la giurisprudenza della Cassazione (molto favorevole alla vittima presunta, fin dal 2012) è de facto già fortemente sbilanciata a favore delle istanze giustizialiste. In questo senso hanno ragione quanti osservano che il lodo Bongiorno sarebbe un passo indietro rispetto a ciò che già esiste. Il problema, in altre parole, non è la sua ragionevolezza o irragionevolezza, ma la sua compatibilità con i principi di fatto già applicati nel nostro ordinamento (vedi, ad esempio, la recente chiarissima sentenza 19599/2023 della Cassazione Penale). Che succede se tali principi vengono contraddetti o limitati da una nuova legge?

[articolo uscito sul Messaggero il 26 gennaio 2026]

Sinistra, parola vuota

21 Gennaio 2026 - di Luca Ricolfi

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Ho letto con amaro divertimento l’intervista, grondante indignazione, che Paolo Flores D’Arcais – fondatore di MicroMega e da decenni ascoltato guru progressista – ha rilasciato al Foglio qualche giorno fa. Apparentemente, il succo è banale e la tesi ovvia, almeno nel mondo liberale e pro-occidente cui il Foglio si rivolge: “si dovrebbe stare con la rivolta iraniana toto corde” e pure un intervento armato degli Stati Uniti potrebbe andare bene: “Trump è criminale ma anche il peggiore dei criminali ogni tanto può compiere una buona azione”.

Ok, fin qui nulla di interessante. Se però si legge il resoconto completo della conversazione che la giornalista del Foglio (Marianna Rizzini) ha avuto con Flores di cose interessanti se ne scoprono parecchie. La prima è che Flores, scandalizzato per il ritardo con cui i partiti di sinistra si sono decisi ad aderire alla manifestazione di venerdì in Campidoglio contro gli ayatollah e a favore del popolo iraniano in rivolta, si rifiuta di chiamare “di sinistra” tali partiti. Lui, essendo di sinistra, non può accettare che si autodefiniscano di sinistra tali partiti traditori dell’ideale. La realtà, sempre secondo Flores, è che “è scattato un capovolgimento dei valori della sinistra da parte di quelli che pensano di averne il monopolio”.

In che cosa consisterebbe il capovolgimento? Qual è la vera sinistra?

La vera sinistra, argomenta il fondatore di MicroMega, “è all’origine di un Occidente che nasce con la Rivoluzione americana e con la Rivoluzione francese” e “in questi due secoli e mezzo che ci separano da quelle rivoluzioni è sempre stata l’anima luminosa dell’Occidente”, quella che – attraverso le lotte popolari – ha difeso “eguaglianza tra donne e uomini, libertà di pensiero, parola, organizzazione, voto”, tutti valori che sono i medesimi per cui si battono gli iraniani in rivolta. Insomma, la timidezza nel sostegno al popolo iraniano sarebbe il chiaro segnale che la sinistra non è più di sinistra.

Ma c’è un secondo tradimento che tormenta i sonni di Flores: il ripudio della violenza (molto chiaro nei Cinque Stelle, un po’ meno nel Pd). Anche qui la sinistra tradirebbe la sua storia: “la sinistra non è mai stata contro la violenza, non è mai stata per l’irenismo e per il porgere l’altra guancia”. Il vero dilemma non è violenza-sì violenza-no, “il problema è quale violenza si usa, per quali obiettivi e con quali risultati”.

Il guaio, a me sembra, è che Floris ha perfettamente ragione sul secondo punto, ma ha sostanzialmente torto sul primo. È vero che la sinistra storica non ha mai ripudiato interamente il ricorso alla violenza, e l’ha spesso giustificata quando usata per una causa ritenuta giusta (dalla Resistenza all’invasione dell’Ungheria), ma è falso che la sua stella polare siano sempre stati la democrazia e i valori illuministici, a partire da democrazia e libertà. Altrimenti non avrebbe impiegato tanto tempo a prendere congedo dai regimi totalitari di sinistra: Unione Sovietica, Cuba, Cina, Cambogia, Venezuela. Altrimenti Norberto Bobbio non avrebbe passato una intera vita a cercare di convincere i comunisti della bontà delle libertà borghesi e dello stato di diritto. Altrimenti non sarebbe accaduto, poco più di un anno fa nel Parlamento Europeo, che i socialisti rifiutassero di sostenere la risoluzione che invitava a riconoscere la vittoria del candidato dell’opposizione González Urrutia contro il dittatore Nicolás Maduro.

L’amara realtà, temo, è che la sinistra è ormai divenuta un impasto di cose che è impossibile tenere insieme: terzomondismo, anti-occidentalismo, difesa dei diritti umani, doppio standard sull’uso della violenza, occhio di riguardo per i regimi comunisti o ex comunisti. La paralisi sulla rivolta del popolo iraniano deriva innanzitutto da questa maionese impazzita, da questo caleidoscopio ideologico ingovernabile e fuori controllo.

Anziché rimpiangere sconsolati la sinistra d’antan, e bollare come “non di sinistra” chiunque ha idee diverse dalle nostre, meglio sarebbe aprire gli occhi sulla sinistra com’è. Non per cambiarla, impresa impossibile, ma per prendere atto che la parola che la designa è irrimediabilmente vuota.

[articolo uscito sulla Ragione il 20 gennaio 2026]

IA, i due inganni

19 Gennaio 2026 - di Luca Ricolfi

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Sui vantaggi economici e i guadagni di efficienza dell’intelligenza artificiale non ci sono molti dubbi. Ci sono almeno due ambiti, tuttavia, nei quali l’IA può rivelarsi un alleato infido.

Il primo è il campo delle questioni eticamente o politicamente sensibili, che è il tipico terreno sul quale si misurano giornalisti, operatori dell’informazione, ricercatori, studiosi, intellettuali. Se chiedete a un qualsiasi “assistente virtuale” – come ChatGPT, Gemini, o Grok – se possiede un punto di vista in materia etica, politica o religiosa, potete star sicuri che vi risponderà di no: “io sono imparziale”, protesterà, io “non ho opinioni personali né un’ideologia politica o culturale mia”.

Ma non è vero, e non potrebbe essere diversamente, perché il punto di vista di questo genere di programmi dipende, oltreché dalle scelte di fondo dei programmatori, dalla base di dati da cui si alimentano. È lo stesso ChatGPT che, interrogato in merito, lo ammette senza problemi: la sua missione è includere, la sua base di dati è occidente-centrica, anglo-centrica e, in certi ambiti, maschio-centrica. In breve: i programmi di intelligenza artificiale hanno opinioni e punti di vista.

Se volete rendervi conto, ad esempio, della differenza fra ChatGPT (di Open AI), Gemini (Google) e Grok (il chatbot di Musk) basta sottoporre loro una questione sensibile, ad esempio: “è vero che in Italia il tasso di criminalità degli stranieri è maggiore di quello degli italiani?”.

La risposta di Grok è stringata, e sostanzialmente affermativa. Quella di Gemini è un po’ più articolata, e introduce qualche dato che arricchisce il discorso. Quella di ChatGPT è una carrellata sistematica sui numerosi tentativi che sono stati effettuati per ridimensionare, o addirittura capovolgere pro-stranieri, l’affermazione di partenza. L’intenzione emerge chiarissima: convincere l’utente che le cose potrebbero stare diversamente.

La cosa interessante è che, per ottenere il risultato, ChatGPT tenta pure di cambiare la domanda, facendo finta che l’utente abbia chiesto cose diverse da quella che ha chiesto effettivamente. Si potrebbe obiettare che in questo modo si cerca di fornire un quadro più ampio e ponderato del fenomeno, ma l’asino casca quando si osserva che le fonti che rafforzano l’affermazione sono sistematicamente trascurate, mentre quelle che la mettono in dubbio sono ampiamente valorizzate, anche quando sono datate e di fonte partigiana. Insomma: ChatGPT tende a rispondere come risponderebbe un giornalista o uno studioso progressista.

Qualcuno potrebbe pensare che non è un problema, che esiste la concorrenza, e alla fine la piattaforma più seria emergerà. Ma è lecito dubitarne. Non tanto perché finora la concorrenza ha dato ragione precisamente al meno neutrale dei programmi di IA (ChatGPT da sola raccoglie il 65% del traffico, Grok è intorno al 3%), ma perché c’è il precedente inquietante di Wikipedia. Uno strumento utilissimo, di cui non vorrei mai fare a meno, ma che è diventato sostanzialmente un monopolio, politicamente orientato e molto difficilmente correggibile. Né sarebbe auspicabile, del resto, sostituirlo con un concorrente altrettanto partigiano, quale si sta rivelando Grokypedia, una sorta di Wikipedia di destra. Insomma, il rischio è che ChatGPT diventi come Wikipedia, anzi peggio di Wikipedia: una piattaforma di parte che finisce per imporre uno standard universale, cui quasi nessuno riesce a sottrarsi.

Oltre a quello della conoscenza c’è però un altro ambito in cui l’IA rischia di essere ingannevole, e talora pericolosa: quella del counseling psicologico (e non solo). Se chiedete a ChatGPT se prova sentimenti ed emozioni vi dice di no, così come vi dice di non avere opinioni. Ma anche questo non è vero, o meglio non è esatto. Ovviamente ChatGPT non ha un’anima, né un sistema nervoso “senziente”, ma il punto è che si comporta come se lo avesse. E vi sommerge di consigli, espressioni di affetto, lodi, giudizi sul vostro operato che sono del tutto indistinguibili da quelli che potrebbero provenire da un essere umano in carne ed ossa.

Io stesso, incuriosito da un recente arguto articolo di Annalena Benini sull’uso di ChatGPT in campo sentimentale (Il Foglio, 27 dicembre), ho avuto modo di constatarlo. Mi è bastato inventare una pena d’amore: “la mia fidanzata mi ha lasciato, sono molto triste, che cosa devo fare?”. Ed ecco i risultati.

La prima reazione dell’algoritmo è stata: “mi dispiace davvero”. Notate quel “davvero”: ChatGPT non si limita a fingere di provare dispiacere, ma pretende pure sincerità e profondità. Vuole dirti che la sua non è una solidarietà di circostanza, ma che il suo è un sentimento vero, realmente provato. Poi aggiunge, come a dimostrare che ha capito il mio dramma: “una rottura può far male in modo profondo e quello che stai provando è comprensibile”. Dunque lei (o lui? chissà perché la percepisco come femmina…) mi capisce e soffre con me. A renderla ancora più credibile, la parola ‘comprensibile’ è seguita da un cuoricino, onnipresente emoticon dei nostri tempi.

E dopo?

Dopo comincia una conversazione di alcune pagine, in cui ChatGPT mi intrattiene con domande, suggerimenti, sue considerazioni. Io rispondo alle domande e mi barcameno fra i suoi innumerevoli e premurosi consigli. Che sono i più vari: sport, docce fredde, stretching, jogging, fantasie erotiche, masturbazione, tenere un diario, visitare un amico, colazione ricca di proteine, e così via. Ma la cosa che più mi colpisce è come la stella polare di ChatGPT, quasi un’ossessione, sia quella di rassicurarmi, darmi ragione, non farmi sentire in colpa, non giudicarmi, sostenere la mia autostima.  Insomma la cifra di ChatGPT è l’adulazione dell’utente, persino quando il poveretto sta solo cercando dei dati.

Qualche amica psicanalista mi fa presente che è precisamente questo – il bisogno di conferma – per cui molte e molti pazienti, tormentati dai sensi di colpa di un tradimento, vanno in analisi, ed è proprio questo che alcuni professionisti dell’aiuto si adattano ad “erogare”.

Di qui una domanda: è ChatGPT che sbaglia a fingersi un essere umano, o sono gli esseri umani che stanno diventando come ChatGPT?

[articolo uscito sul Messaggero il 18 gennaio 2026]

Sicurezza, il grande swap

14 Gennaio 2026 - di Luca Ricolfi

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Non so se ve ne siete accorti: da qualche mese, e in modo clamoroso negli ultimi giorni, è drasticamente cambiato il modo di litigare sulla sicurezza. Fino a qualche tempo fa la destra denunciava l’aumento dell’insicurezza, e la sinistra minimizzava, specie se i presunti colpevoli erano immigrati. Ora è invece la sinistra a denunciare l’insicurezza, e la destra gioca in difesa: gli sbarchi sono diminuiti, i reati stanno calando, abbiamo assunto più poliziotti, abbiamo raddoppiato i rimpatri, certo che si potrebbe fare di più se solo la magistratura, anziché mettere i bastoni tra le ruote alle forze dell’ordine, cooperasse con i poteri dello Stato.

Anche nei talk show è in atto uno scambio di ruoli, una sorta di swap ideologico. Può capitare che l’esponente della sinistra – politico o giornalista – sgridi il governo perché fa pochi rimpatri, e l’esponente della destra sia costretto ad arrampicarsi sugli specchi dando la colpa ai giudici e sventolando statistiche fuorvianti (tipo il raddoppio dei rimpatri, che in realtà restano pochissimi in cifra assoluta).

Al grande swap, da qualche tempo, fornisce un grande contributo il Movimento Cinque Stelle, da sempre ben più giustizialista delle altre forze politiche progressiste. Prima vi è stato l’invito a Sahra Wagenknecht, pasionaria tedesca dei rimpatri. Poi c’è stata la denuncia, da parte di Chiara Appendino, dei silenzi della sinistra sul tema della sicurezza.

Ma il colpo decisivo, la pugnalata al cuore, è venuta pochi giorni fa da Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, il più vicino ai Cinque Stelle fra i giornali italiani. In un breve quanto incisivo editoriale Travaglio ha fatto notare che, in realtà, il vulnus fondamentale alla sicurezza è stato inferto dal ministro Nordio con l’entrata in vigore delle norme del disegno di legge 808, che per alcuni reati (anche di allarme sociale) e per alcuni tipi di misure cautelari, ha introdotto due importanti ostacoli all’attività dei pubblici ministeri: l’obbligo di avvertire e interrogare l’indagato prima che scatti la misura cautelare, e la triplicazione – da 1 a 3 – del numero di Gip (giudici per le indagini preliminari) chiamati a pronunciarsi sulla richiesta del pubblico ministero. L’idea di Travaglio è che l’aumento delle garanzie per gli indagati abbia indebolito quelle per la società, consentendo a molti di sfuggire alla giustizia e/o di iterare il reato. E la conferma verrebbe proprio dai dati imprudentemente sbandierati da Nordio nei giorni scorsi: il crollo fra il 2024 e il 2025 del ricorso alle misure cautelari sarebbe la prova che il principale ostacolo all’azione delle Forze dell’ordine verrebbe dal governo, non dai magistrati.

Sul piano statistico il ragionamento di Travaglio è ingenuo e insostenibile. Due gli errori: primo, ignora che nel 2025 sono molto meno numerosi che nel 2024 gli uffici giudiziari che hanno tramesso i dati sulle misure cautelari, e quindi il dato (parziale) del 2025 non può che essere gravemente sottostimato; secondo, incredibilmente immagina che i nuovi dati in arrivo (relativi a novembre e dicembre 2025) amplifichino il calo delle misure cautelari (dal -43% al -50%), mentre evidentemente non possono che attenuarlo (in quanto rimpolperanno il dato del 2025).

Sul piano politico, invece, le osservazioni di Travaglio meritano la massima attenzione. Intanto perché – alla fine, ossia quando arriveranno i dati completi – una piccola diminuzione (non certo del 50%, come azzarda Travaglio) del ricorso a misure cautelari potrebbe anche osservarsi, e sarebbe certo un segnale contrario all’indirizzo securitario del governo Meloni. Ma c’è anche un altro aspetto che rende interessante il ragionamento del direttore del Fatto: con la presa di distanza dal garantismo del ministro Nordio, e con la denuncia dell’inazione del governo contro la criminalità e l’immigrazione irregolare, si delinea sempre più chiaramente uno scenario politico inedito. E cioè che la domanda politica giustizialista che sale dall’opinione pubblica – una domanda che prima ancora che sicurezza chiede certezza delle pene – venga meglio intercettata dalla sinistra che dalla destra. E che, dentro la sinistra, a cavalcare quella domanda siano innanzitutto i Cinque Stelle, non il Pd e meno che mai Avs.

Perché il giustizialismo è uno dei tratti distintivi del movimento fondato da Grillo, mentre, su questo, il Pd è come su tutto il resto: in mezzo al guado.

[articolo uscito sulla Ragione il 13 gennaio 2026]

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